[Serie tv] The Man in the High Castle – Un finale inspiegabile

Il celeberrimo romanzo ucronico «La svastica sul sole» è stato uno dei tanti capolavori di Philip K. Dick i cui scritti sono stati successivamente la base di lavori cinematografici e televisivi più o meno fortunati e il racconto distopico in cui i nazisti e i giapponesi si dividono i territori degli Stati Uniti da vincitori della 2a Guerra Mondiale ha sempre solleticato i produttori.

Già agli inizi del 2010 l’inglese BBC annunciò un primo progetto per una miniserie di quattro puntate. Tre anni dopo fu il canale SyFy che affidò un incarico esplorativo allo showrunner Frank Spotnitz di X-Files e a Ridley Scott affinché ne scrivessero un soggetto con l’ambizione di bissare il successo cinematografico di Blade Runner del regista britannico.

Infine arrivarono gli Amazon Studios che acquisirono il progetto per la creazione di una serie televisiva vera e propria da trasmettere in esclusiva sulla propria piattaforma di streaming.

Il primo episodio dell’Uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle) è stato rilasciato il 15 gennaio 2015 e rimane tutt’ora l’episodio pilota più visto di sempre per una serie di Amazon Video. Il cui successo ha permesso la produzione di quattro stagioni per un totale di quaranta episodi. L’ultima stagione è stata rilasciata il 15 novembre 2019.

Del romanzo di Philip Dick nella serie tv di Amazon rimane lo scenario delle super potenze naziste e giapponesi che occupano gli USA e i nomi dei personaggi principali. Il meta-romanzo «La cavalletta non si alzerà più» diventa qui una serie di cinegiornali e filmati provenienti da un universo alternativo capace di risollevare lo spirito degli americani soverchiati dall’oppressione degli invasori. Mentre l’importanza vaticistica de I Ching si perde in qualche scena riempitiva. A conti fatti è una serie di genere tutto sommato interessante e di qualità con parecchi colpi di scena e ben interpretata da un cast eccezionale. In particolare rimangono impresse la bravura di Rufus Sewell e della bella e capace Alexa Davalos che sono riusciti a dare vita a due convincenti avversari, cosi come la carica spirituale infusa nella sua interpretazione da uno strepitoso Cary-Hiroyuki Tagawa e l’ambiguità del personaggio interpretato dall’altrettanto bravo Joel de la Fuente.

Di seguito il mio sfogo personale dopo aver visto l’episodio finale della serie… (chi l’ha visto capirà).

SPOILER! SPOILER! (Da non leggere se non hai visto la fine della serie e/o pensi di vederla un giorno)

Cosa c’è di più odioso per uno showrunner di non lasciare modo di capire il finale di una serie? Capisco terminare con un cliffhanger quando vuoi lasciarti la porta aperta a un’eventuale ripresa… ma quando ti commissionano l’episodio finale di una serie, hai il sacrosanto dovere di chiudere tutta la storia e le eventuali sottotrame. Lo spettatore ha il diritto di dare degna ‘sepoltura’ ai personaggi che ha amato/odiato per tanto tempo o almeno si merita di sapere che fine fanno. Invece Frank Spotnitz ha scelto, o meglio così ha tentato di spiegare all’inebetita fanbase, che la degna conclusione di questa serie è quella di essere oscura e indecifrabile, come la vita reale.
Ma va a quel paese, va!
Dopo che Juliana riesce finalmente ad eliminare il crudele John Smith così da scongiurare l’attacco nazista ai neonati territori orientali abbandonati dai giapponesi, i nazisti in nordamerica inspiegabilmente capitolano e il portale si apre da solo. Lasciamo pure perdere che quella che per trentanove puntate è stata la dittatura più feroce e assoluta che si potesse immaginare si sgretola invece in pochissimi attimi, ma vabbé. Quello che proprio non va giù è la fine del portale con tutta quella gente (comune?) che pare lo attraversi senza porsi nessuna domanda. Con i nostri erori che li vedono arrivare e rimangono lì impalati in preda all’estasi. Boh! Significa forse che i due mondi paralleli sono oramai uniti e che il portale è a disposizione di tutti? Ma se ci hanno fatto capire che possono viaggiare solo se la propria controparte nell’altro universo non esiste più significa che questi sono già tutti defunti da questa parte? E da dove arrivano? Nell’universo alternativo è costume che la gente si riunisca nelle profondità delle miniere in attesa di varcare portali?

Di tutti i finali quello proposto è il più banale immaginabile. Quasi non avessero più idee.
A mio parere forse avrebbero fatto meglio se avessero organizzato una seduta spiritica e chiesto lumi direttamente a Philip K. Dick.

On air: “The River” – Aurora

AuroraSi tratta del il terzo singolo estratto e opening track dell’ultimo album A Different Kind of Human (Step II) della bella e brava cantautrice Aurora astro nascente nel panorama synth pop nordeuropeo la cui voce scorre su un tappeto di drum machine e synth elettronici.

Con queste parole la ventiduenne norvegese lo ha presentato al suo pubblico su Twitter lo scorso 10 maggio:

(or.) «’The River’ is out! Feeling that you can’t talk about your emotions because pain is associated with weakness, here in my world it’s not. Crying can be a happy experience especially afterwards when you feel a bit lighter. That’s what The River is about!»

(trad.) «’The River’ è stata pubblicata! Sentendo che non puoi parlare delle tue emozioni perché il dolore è associato alla debolezza, qui nel mio mondo non lo è. Piangere può essere un’esperienza felice soprattutto dopo, quando ti senti un po’ più leggero. Ecco di cosa parla The River!»

Personalmente ho scoperto Aurora grazie alle serie tv che ogni tanto rimpinguano le proprie soundtrack pescando dal suo repertorio. Ad esempio l’episodio s07e03 di The Blacklist (che ha come protagonista il bravissimo James Spader) termina con la sua “Running with the Wolves“, canzone che nel 2015 l’ha fatta conoscere al grande pubblico.

Se avete un attimo vi consiglio di ascoltare pure:
Running with the Wolves – (Link Youtube) – (Link Spotify)
The Seed – (Link Youtube) – (Link Spotify)



The River

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[Tasse & fisco] – Pagare meno, pagare tutti!

Fanno ridere quelli che cercano di convincerci che se le tasse venissero abbassate (e di molto) chi oggi non le paga sarebbe invece poi più propenso a farci il favore di pagarle.

L’evasione fiscale è un problema reale che affligge il nostro paese da troppo tempo, zavorrandolo inesorabilmente. E grazie a una classe dirigente forse inefficiente, se non peggio collusa, si è prodotto un clima in cui onesto è solo chi è costretto a pagare, mentre gli evasori sono visti come furbi Robin Hood che hanno trovato il modo di evitare che il loro denaro finisca nelle grinfie di uno Stato vampiro e inefficiente.

Eppure non dobbiamo andare lontano (né geograficamente, né temporalmente) per avere un esempio di come si potrebbe risolvere il problema.

La vituperata imposta del “Canone Rai” è stata fino a non molto tempo fa una delle tasse più evase in Italia. Nel 2006 si è iniziato a cercare una soluzione efficace e dieci anni dopo si è tirato fuori dal cilindro la genialata di collegare il suo pagamento a quello della bolletta elettrica. In effetti la televisione sta in tutte le case e serve l’energia elettrica per farla funzionare, quindi a meno che non si riesca a provare di non avere un apparecchio atto a riprodurre il segnale televisivo o si ricada in una delle categorie esenti ora come ora ci si ritrova a pagare il “Canone Rai” direttamente in bolletta.

Il principale risultato di questa piccola rivoluzione è stato il tracollo dell’evasione, resa indubbiamente molto più difficile da attuare. I dati ufficiali parlano chiaro: se prima pagavano 16 milioni di italiani, adesso pagano 22 milioni di persone. Il risultato per la gente onesta è stato duplice: si è vista rateizzare l’imposta il cui importo è nel tempo anche diminuito del 20%.

Eh già! Il motto «Pagare tutti, pagare meno» funziona anche in Italia. Lo Stato pare non sia poi quell’inefficiente vampiro che ci vogliono far credere che sia. Prima tutti pagano quanto devono e ovviamente poi si paga tutti di meno. E a chi importa il colore del governo che risolve un problema, se tutti ne traggono uguale beneficio?

Le tasse verrebbero tagliate non perché un qualche politico si sveglia la mattina e decide di focalizzare la propria narrazione elettorale su un assioma inverosimile come quello di abbassare le tasse confidando nel buon cuore degli evasori mettendo così a rischio la Spesa Pubblica, ma perché tutti coloro che sono tenuti a pagarle le pagano effettivamente e se ci sono maggiori risorse si fanno più cose e si abbassano gli importi da pagare.

La Spesa Pubblica non è solo quella che nutre gli sprechi di una burocrazia inconcludente, ma serve perlopiù a rendere la vita di ogni cittadino la più dignitosa possibile. Ma le tasse ora sono alte e bisogna trovare la maniera di abbassarle!

Bisognerebbe finirla di fare condoni, che i furbi vadano in galera come i ladri che sono. Che lo Stato sia invadente come succede in tutte le democrazie occidentali dove le tasse vengono pagate non solo per senso civico, ma perché l’Agenzia delle Entrate ha tutti i mezzi per scoprire le furberie che lo Stato poi punisce pesantemente.

Non pagare le tasse non deve essere conveniente per nessuno.

E se proprio non ci piace come vengono usati i soldi delle nostre tasse, impegniamoci a votare una migliore classe dirigente.

[Serie Tv] Tv inglese con «Sanditon» e «A Confession»

Da appassionato di serie tv mi capita di tanto in tanto di seguirne alcune trasmesse sui canali britannici. Seppur la Brexit è oramai alle porte con il rischio di allontanare l‘UK dall’Europa, la qualità delle loro produzioni televisive rimane indubbiamente un esempio per tutto il nostro continente. E non si tratta solo della forza produttiva di un colosso come la BBC, di cui sto seguendo al momento la coinvolgente «The Capture».

Non di recente la mia attenzione si è focalizzata sul meno blasonato canale concorrente ITV. Se l’anno scorso ho apprezzato la loro miniserie thriller «The Strangers» con una superlativa interpretazione del bravo John Simm nella parte di un professore universitario in viaggio ad Hong Kong per indagare sulla doppia vita della defunta consorte, quest’anno sto seguendo la piacevole serie in costume «Sanditon» tratta dal’omonimo romanzo incompiuto dell’autrice Jan Austen e «A Confession» un drama poliziesco che si regge tutto sulla bravura di Martin Freeman.


Sanditon

Benché l’autrice Jane Austen è venuta a mancare dopo aver scritto solo una bozza dei primi undici capitoli di questo romanzo del 1817 pubblicato postumo, la storia è abbastanza intrigante e i personaggi già ben delineati che lo sceneggiatore Andrew Davies (già noto per Guerra e Pace, I miserabili e Orgoglio e Pregiudizio) non ha certo faticato per tirarci fuori un period drama (così vengono detti gli sceneggiati in costume) con i contro fiocchi.

PLOT – E’ la storia della giovane Charlotte Heywood che dalla campagna del Sussex si trova a trascorrere un periodo di vacanza a Sanditon ospite dei coniugi Parker. Mr Parker è impegnato a rendere la cittadina di mare la nuova mecca del turismo nascente, grazie ai capitali dell’anziana ricca vedova Lady Denham. Charlotte viene quindi a contatto con una serie di personaggi che nella trasposizione televisiva non hanno per niente perso i caratteri caricaturali propri del romanzo. Ci sono gli avidi nipoti della Milady disposti a tutto per accaparrarsi la sua eredità, così come le immaginarie sofferenze dei fratelli tanto ipocondriaci quanto pigri di Mr. Parker, il giudizio tutt’altro che positivo dell’alta società londinese e delle sue tresche, nonché la sottotrama romantica della storia tra il mondano Sidney, il più giovane dei fratelli Parker, e l’ingenua, ma caparbia quanto sagace Charlotte. Il primo episodio introduce la maggior parte dei personaggi e scenari pescando a piene mani dal romanzo incompiuto, gli episodi successivi diciamo che sono sempre inspirati ai temi della malattia, della speculazione e del nascente turismo su cui la stessa Jane Austen avesse imperniato la scrittura del suo romanzo.

L’interpretazione di Rose Williams (vista in Reign) nei panni di Charlotte risulta convincente e piacevole.
Un po’ sottotono l’altra stella del cast Theo James (visto in Divergent e Underworld), ma forse è proprio il carattere schivo del suo personaggio, Sidney Parker, a renderlo a tratti alieno al contesto e antipatico al telespettatore.
Il resto del cast è qualitativamente impeccabile: possiamo dire che non ci sono in realtà personaggi comprimari, ma è una sinfonia in cui è proprio la somma delle scene ben interpretate a rendere la serie così piacevole da seguire.

Giunto alla settima delle otto puntate previste per questa stagione il mio giudizio è senz’altro positivo, sperando che le scene di sesso, un po’ troppo esplicite, ma mai fine a se stesse, non abbiano così tanto deluso gli spettatori inglesi da compromettere la realizzazione di un auspicabile una seconda stagione.


A Confession

Diciamo subito che, come annunciato nei titoli d’apertura, si tratta di una drammatizzazione di quanto realmente accaduto nel 2011, quando il Sovrintendente della polizia inglese Steve Fulcher sacrificò carriera e reputazione durante le indagini su un pericoloso serial killer. Una vicenda che ha diviso l’opinione pubblica inglese.

PLOT – Tutto ha inizio con la denuncia di scomparsa della ventiduenne Sian O’Callaghan che scatena un dispiegamento di forze mai visto prima per la sua ricerca. Mentre gli inglesi restano incollati alla tv per seguire gli sviluppi della vicenda, il sovraintendente Fucher messo a capo delle indagini concentra i suoi sospetti sul tassista Halliwell che viene quindi posto sotto sorveglianza nella speranza di ritrovare ancora viva la povera ragazza.
Poi sospettando che il criminale stesse per tentare il suicidio, Fucher è costretto ad arrestarlo, ma contravvenendo al protocollo, non lo fa portare subito alla stazione di polizia, ma lo interroga per ore nelle vicinanze del parco dove pensa possa aver nascosto la vittima che spera ancora si possa ritrovare viva. Durante questo incontro il poliziotto riesce a stabile una connessione con Halliwell che si convince a portare Fucher nel luogo dove si è liberato del cadavere. Qui Halliwell confessa anche un’altro vecchio omicidio. L’intuizione di Fucher di non incarcerare immediatamente il criminale e di cercare di stabilire un dialogo con lui ha quindi non solo risolto il caso di Sian, ma fatto luce su un vecchio caso di molti anni prima.
E’ un successo, probabilmente meritevole di encomio, ma rimane sempre il fatto che per ottenere la confessione del serial killer il poliziotto ha infranto il protocollo sugli interrogatori a tutela dei detenuti: una pecca imperdonabile. Il suo comportamento sarà perciò sanzionato dalla commissione interna della polizia. Messo dietro una scrivania, benché tecnicamente facente ancora parte delle forze dell’ordine, Fulcher viene via via sempre più emarginato. Il sostegno delle famiglie delle due vittime che gli sono grate per quanto ha fatto non basta, l’opinione pubblica rimane divisa e la sua vita precipita nella depressione che lo costringe infine a rassegnare le dimissioni.
A distanza di tempo l’ex-poliziotto è ancora convinto di avere fatto la scelta moralmente più giusta. Se non avesse contravvenuto al protocollo molto probabilmente non avrebbe scoperto la verità e Halliwell sarebbe ancora libero di uccidere ancora, mentre ora grazie a lui si trova a scontare una pena di carcere a vita. Convinzione che lo ha portato infine a pubblicare un libro sulla vicenda dal titolo «Catching a Serial Killer».

Il successo della miniserie si basa tutta sull’onestissima interpretazione di Martin Freeman (noto per Fargo, Sherlock, Lo Hobbit, Black Panther, The Office, Captain America), ma anche dell’altra stella del cast Imelda Staunton (vista in Harry Potter, Vera Drake, Pride, Downton Abbey, Maleficent, Paddington, Shakespeare In Love).

Come thriller drama non è niente di che e la vicenda ampiamente già nota al pubblico inglese non regge la suspance, ma il taglio alla narrazione voluto dallo sceneggiatore Jeff Pope (noto per Philomena e Stanlio&Ollio) rende benissimo la psicologia del poliziotto nei suoi tormenti e vicissitudini personali risultando talmente ben riportata da offrire un prodotto ben congegnato e nel suo genere imperdibile. Visione consigliatissima.


[Ricetta] Tonnarelli con le sarde e pomodoro

Una manciata di sarde fresche al mercato vengono via a pochi euro e gli odori giusti e una scatola di pomodori pelati è molto facile averli già in dispensa.
Una ricetta pensata per quei giorni bigi d’autunno in cui si ha bisogno del conforto di un piatto che ci ricordi le lunghe passeggiate estive sulla battigia, in un periodo in cui il finocchietto indispensabile nella ricetta originale è scarso e più difficile da trovare oppure lo si trova sprofumato al supermarket.

Il problema a casa mia si risolve con questa ricetta e fin’ora nessuno dei commensali ha avuto di che lamentarsi. Se poi si utilizzano dei tonnarelli (il cosiddetto “Spaghetto quadrato“) al posto dei più semplici spaghetti il successo è assicurato.


Ingredienti:

  • 350 gr. di tonnarelli
  • 400 gr. di sarde fresche
  • un barattolo di pelati (500gr.)
  • 50 gr. di pane grattugiato
  • 20 gr. di uva passa
  • un rametto di timo
  • 2/3 foglie di basilico
  • uno spicchio d’aglio
  • pepe nero macinato
  • peperoncino in polvere
  • pasta d’acciughe
  • vino bianco
  • olio e.v.o.
  • sale

Preparazione:

  • Il pesce preferisco pulirmelo di persona poiché pulire bene le sarde richiede una cura che non sempre un frettoloso pescivendolo può dedicargli. Preparo quindi una ciotola ricolma d’acqua in cui verso ghiaccio e un pugnetto di sale grosso.
    Così facendo la temperatura dell’acqua raggiungerà velocemente qualche grado sotto lo zero, ideale per spurgare tutto il sangue dalle sarde che altrimenti renderebbe amarognola la ricetta. Il resto è piuttosto facile. Per ottenere i filetti di sarda occorre recidere con le dita la testa del pesce eliminando al contempo le interiora sotto il getto dell’acqua corrente. Sempre con le dita si libera la lisca dal filetto fino alla coda, si tira e il gioco è fatto. L’importante è far riposare qualche minuto i filetti così ottenuti nell’acqua ghiacciata.
  • In una padella scaldare tre cucchiai di olio d’oliva con gli odori (basilico, timo e aglio) che elimineremo dopo un minutino quando avranno rilasciato tutto il loro sapore. Aggiungere poi l’uvetta nell’olio e attendere una decina di secondi che si gonfi.
  • Aggiungiamo a questo punto il pesce pulito e scolato che condiremo con il peperoncino e veramente poca pasta d’acciughe, quindi sfumiamo con mezzo bicchiere di vino bianco.
  • A questo punto aggiungiamo i pelati, schiacciandoli con attenzione con una forchetta direttamente in padella, aggiustiamo di sale e pepe quindi aggiungiamo un mestolo di acqua. Continuiamo la cottura per una ventina di minuti a fuoco basso, aggiungendo, se si dovesse asciugare troppo, un ulteriore mestolo d’acqua.
  • Nel frattempo cuociamo la pasta che dovrà essere scolata piuttosto al dente avendo l’accortezza di tenere da parte un bicchiere di acqua di cottura.
  • Scaldare una lacrima d’olio in un padellino quindi versarvi tre cucchiai di pane grattugiato. Mescolando continuamente a fuoco medio-basso tostiamo con attenzione il pane grattugiato fino a quando non assumerà una sfumatura nocciola, quindi lasciare raffreddare versandolo su un foglio di carta da cucina. 
  • Aggiungere all’intingolo la pasta e un paio di cucchiai di acqua di cottura, quindi saltare il tutto mantecando insieme a una manciata di prezzemolo fresco tritato finemente. Serviamo ben caldo dopo aver decorato il piatto con qualche fogliolina di prezzemolo e una generosa manciata del pane «nocciolato».

 

Italiani, popolo di santi (una volta), poeti (su twitter?), navigatori (emigrati) e soprattutto creduloni

«Che i cari, vecchi luoghi comuni vengano spazzati via dal progresso è magari diceria anch’essa Se certe credenze sono rimaste in auge per secoli (pensate ad esempio al cristianesimo o al susseguirsi delle mezze stagioni) non sarà certo la confusione mediatica dei nostri tempi ad avere la meglio e a cancellarle dai nostri costumi. Anzi l’attitudine dei social media a dare voce a chiunque potrebbe addirittura risultare terreno prolifico sia per vecchie che per nuove costumanze.

Ad esempio, il pettegolezzo è sempre esistito e molto probabilmente si estinguerà con la fine della nostra specie. A tal proposito sin dai banchi del catechismo mi sono sempre immaginato Eva sofferente trovare finalmente sollievo nel sparlare delle cattive abitudini di Adamo con il diabolico serpente; la complicazione della mela morsicata invece è evidentemente una mera furberia di marketing.

Se mia nonna doveva attendere di incrociare un’amica per sussurrare l‘ultima cattiveria nei confronti di una comune conoscente, oggi la faccenda è resa molto più facile, accessibile e comoda dal progresso tecnologico che presuppongono al massimo il munirsi di uno smartphone e di un abbonamento ad internet con sufficienti giga.

La mia sensazione, o dovrei dire oramai certa persuasione, è che non siamo poi chissà tanto diversi dagli individui delle passate generazioni. I bisogni e le speranze sono sempre le medesime, sono solo differenti i modi attraverso i quali cerchiamo soddisfazione.

Gli italiani sono stati sempre e loro malgrado sempre lo saranno un popolo di creduloni. La nostra Storia (proprio quella con la ‘s’ maiuscola) ci ha forgiato nel midollo. Alzato lo sguardo dalle primitive palafitte ci siamo ritrovati a seguire un capo, un imperatore, un duce, che promettendoci latte e miele ci ha sempre portato alla rovina. Magari nel processo abbiamo fondato civiltà millenarie a cui far risalire gloriosi fasti, costruito monumenti ancor oggi ammirati e fotografati dai turisti, ma a saper ben tirare le somme ci abbiamo sempre rimesso. Prova è il deficit di civiltà che accumuliamo da secoli nei confronti delle altre nazioni.

Ci sarebbe da domandarsi come mai allora siamo pronti a farci prendere per il naso dal primo lestofante riesca ad attirare a se l’attenzione con promesse di milioni di nuovi posti di lavoro o l’abbassamento delle tasse. L’attitudine storicamente trasmessa dai padri dei nostri padri potrebbe essere ovviamente una risposta, oppure più romanticamente un incrollabile Speranza (anche questa con la ‘s’ maiuscola) che ci fa tirare avanti ad ogni costo, sognando un mondo migliore.

Gli italiani restano dunque un popolo di santi, anche se ora come ora vanno più di moda i santoni. Rimaniamo un popolo di poeti, anche se non sono più abituati ad usare correttamente il congiuntivo. Siamo ancora un popolo di navigatori, anche se ciò comporta di trovare successo lontano da casa. Purtroppo siamo anche un popolo di creduloni pronti a seguire il leader di turno capace di prometterci di tutto senza mai mantenere la parola.


[Ricetta] Spaghetti alla papalina con prosciutto cotto

La pasta alla “papalina” è un piatto tipico della cucina romana che rappresenta la versione “light” della ben più nota carbonara.

La leggenda vuole che negli anni ’50, papa Pio XII richiedesse allo chef di un noto ristorante romano un piatto che rispettasse la tradizione romana ma che fosse più leggero e digeribile. Lo chef, partendo dalla ricetta degli spaghetti alla carbonara sostituì la pasta di semola con la pasta all’uovo, la pancetta con il prosciutto crudo, il pecorino romano con il parmigiano e l’aglio con la cipolla. Come nella carbonara usò la crema di uova alla quale però aggiunse la cremosità della panna.

Come tutte le ricette della ‘tradizione’ esistono oggi una pletora di varietà che si discostano dall’originale per la sostituzione di uno o più ingredienti. Così non è raro trovare la pasta all’uovo sostituita con dei semplici spaghetti, il prosciutto crudo con il meno sapido, ma leggero prosciutto cotto e magari l’uso del burro nel soffritto che tende ad eliminare la più pesante panna. Come la carbonara rimane un piatto di facile e rapida preparazione (a patto di rispettare alcune regole basilari).

Ingredienti:

  • 350gr. spaghetti di semola di grano duro
  • 100gr. di prosciutto cotto a cubetti
  • 3 uova intere
  • 50gr. parmigiano
  • 1 cipolla
  • un ricciolo di burro
  • vino bianco
  • olio e.v.o.
  • pepe nero
  • sale

Preparazione:

  • In una terrina sbattere le uova con un pizzico di sale, il parmigiano grattugiato e il pepe nero. Riponete in frigo. (Questo passaggio serve ad idratare il formaggio e rendere cremosa la crema d’uova).
  • Mettere a bollire l’acqua per gli spaghetti.
  • In un padellino fate soffriggere a fiamma bassa il battuto di cipolla con il burro e un cucchiaio di olio.
  • Aggiungere il  prosciutto cotto a dadini cuocere per un paio di minuti, quindi alzare il fuoco e sfumare con poco vino bianco. Spegnere e lasciare da parte. (Questo sarò il condimento del nostro piatto, assicuratevi che il prosciutto cotto sia ben dorato e che la cipolla sia stufata a sufficienza senza risultare annerita Nel caso aggiungere un cucchiaio di olio alla fine.)
  • Calare la pasta e fate cuocere al dente.
  • Scolate la pasta e nella stessa pentola condite con il prosciutto cotto e la crema di uova, spolverizzate con pepe nero a piacere. (La “tecnica” corretta richiede di scolare bene la pasta, rimetterla in pentola, condirla con il preparato di prosciutto cotto mescolando bene, quindi aggiungere tutta in una volta la crema d’uova insieme a un paio di cucchiai di acqua di cottura. Non mescolare, ma chiudere con il coperchio per mezzo minuto in maniera che il vapore della pasta possa cuocere delicatamente le uova senza strapazzarle. Togliere il coperchio e mescolare energicamente la pasta affinché il condimento si distribuisca uniformemente.)
  • Servire ben caldo.

 

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