Italiani, popolo di santi (una volta), poeti (su twitter?), navigatori (emigrati) e soprattutto creduloni

«Che i cari, vecchi luoghi comuni vengano spazzati via dal progresso è magari diceria anch’essa Se certe credenze sono rimaste in auge per secoli (pensate ad esempio al cristianesimo o al susseguirsi delle mezze stagioni) non sarà certo la confusione mediatica dei nostri tempi ad avere la meglio e a cancellarle dai nostri costumi. Anzi l’attitudine dei social media a dare voce a chiunque potrebbe addirittura risultare terreno prolifico sia per vecchie che per nuove costumanze.

Ad esempio, il pettegolezzo è sempre esistito e molto probabilmente si estinguerà con la fine della nostra specie. A tal proposito sin dai banchi del catechismo mi sono sempre immaginato Eva sofferente trovare finalmente sollievo nel sparlare delle cattive abitudini di Adamo con il diabolico serpente; la complicazione della mela morsicata invece è evidentemente una mera furberia di marketing.

Se mia nonna doveva attendere di incrociare un’amica per sussurrare l‘ultima cattiveria nei confronti di una comune conoscente, oggi la faccenda è resa molto più facile, accessibile e comoda dal progresso tecnologico che presuppongono al massimo il munirsi di uno smartphone e di un abbonamento ad internet con sufficienti giga.

La mia sensazione, o dovrei dire oramai certa persuasione, è che non siamo poi chissà tanto diversi dagli individui delle passate generazioni. I bisogni e le speranze sono sempre le medesime, sono solo differenti i modi attraverso i quali cerchiamo soddisfazione.

Gli italiani sono stati sempre e loro malgrado sempre lo saranno un popolo di creduloni. La nostra Storia (proprio quella con la ‘s’ maiuscola) ci ha forgiato nel midollo. Alzato lo sguardo dalle primitive palafitte ci siamo ritrovati a seguire un capo, un imperatore, un duce, che promettendoci latte e miele ci ha sempre portato alla rovina. Magari nel processo abbiamo fondato civiltà millenarie a cui far risalire gloriosi fasti, costruito monumenti ancor oggi ammirati e fotografati dai turisti, ma a saper ben tirare le somme ci abbiamo sempre rimesso. Prova è il deficit di civiltà che accumuliamo da secoli nei confronti delle altre nazioni.

Ci sarebbe da domandarsi come mai allora siamo pronti a farci prendere per il naso dal primo lestofante riesca ad attirare a se l’attenzione con promesse di milioni di nuovi posti di lavoro o l’abbassamento delle tasse. L’attitudine storicamente trasmessa dai padri dei nostri padri potrebbe essere ovviamente una risposta, oppure più romanticamente un incrollabile Speranza (anche questa con la ‘s’ maiuscola) che ci fa tirare avanti ad ogni costo, sognando un mondo migliore.

Gli italiani restano dunque un popolo di santi, anche se ora come ora vanno più di moda i santoni. Rimaniamo un popolo di poeti, anche se non sono più abituati ad usare correttamente il congiuntivo. Siamo ancora un popolo di navigatori, anche se ciò comporta di trovare successo lontano da casa. Purtroppo siamo anche un popolo di creduloni pronti a seguire il leader di turno capace di prometterci di tutto senza mai mantenere la parola.


Adesso mi ricordo: anch’io sono un immigrato, figlio di immigrati.

L’altro giorno per qualche momento sono stato riportato indietro nel passato. Ho rivissuto le stesse sensazioni, quando da bambino, venivo dileggiato dagli altri bambini solo perché i miei genitori erano meridionali. Allora eravamo  noi le vittime dello stesso razzismo che colpisce oggi chi arriva nel nostro paese dal Terzo Mondo. Allora eravamo noi i cittadini di serie B, anche se mio padre si spezzava la schiena in fabbrica per non farci mancare niente e noi bambini dovevamo comportarci più che bene per non sfigurare davanti alla gente. Stavamo per undici mesi all’anno immersi nella nebbia invernale che ci dilaniava i bronchi e poi l’estate, il mese di agosto, si tornava al Sud: dove ci attendevano i parenti che ti ricoprivano di baci e si passavano intere giornate al mare a giocare sulla spiaggia

espresso 834 – Freccia del Sud

Il viaggio iniziava la mattina presto con la chiusura delle valigie e la partenza per la stazione. L’attesa interminabile dell’arrivo del treno poi la confusione, le urla della gente che si accalcava, la ricerca dei posti per non rimanere in piedi. Il  viaggio durava tantissimo. Cercavo di sedermi vicino al finestrino per vedere come cambiavano i paesaggi: il verde man mano si faceva meno acceso e infine veniva sostituito dall’azzurro del mare. I treni erano fatiscenti. Si diceva che era un’indecenza far viaggiare la gente in quella maniera, ma in quel periodo c’erano così tanti immigrati che tornavano in meridione che le ferrovie erano costrette a tirar fuori le carrozze da chissà dove e ci dovevamo accontentare.

L’altro giorno ho accompagnato i miei genitori che hanno scelto il treno per andare al mare. Accanto alla Freccia Rossa semi vuota pronta a scattare sul suo binario c’erano due treni diretti al Sud. Ho riconosciuto le stesse carrozze malmesse che trent’anni prima ci avevano portato giù dai nonni. Erano fatiscenti il secolo scorso, figurarsi oggi. Ho visto gente con le valigie arrancare sulla banchina in cerca della propria carrozza. Famiglie con bambini al seguito, per niente smarriti in quella confusione con gli iPod alle orecchie. Un caldo da togliere il respiro e niente aria condizionata, sedili con le molle di fuori. Ma nessuno sembrava notare i disagi, erano troppo felici di partire, di tornare al paese.

Ho pensato che un treno simile non fosse all’altezza di un paese civile. E proprio allora mi sono ricordato che anch’io sono un immigrato, figlio di immigrati.

Gli svizzeri contro gli immigrati lombardi

svizzera_italiaAncora una volta CITTADINO IMPERFETTO deve riportare una notizia che dovrebbe farci riflettere. Si perchè se è facile cadere nelle trappole mediatiche che ci vorrebbero elevare qualche gradino sopra ai poveri diavoli che arrivano sulle nostre coste in cerca di un futuro migliore, è più difficile credere che c’è sempre qualcuno che si ritiene un gradino sopra a noi italiani. immigrati_vauro

Ci sono popoli che forse non hanno dimenticato che fino a qualche decennio fa eravamo noi ad invaderli con le valigie di cartone piene della nostra miseria, altri che in preda alla nostra stessa irragionevole paura e spinti dal cieco protezionismo vedono noi e le nostre imprese come noi guardiamo quelli che arrivano dal sud del mondo a rubare il posto di lavoro ai nostri figli. Avevamo riportato tempo fa la notizia degli inglesi contrari ai lavoratori italiani nel loro paese adesso sono i ticinesi  che ce l’hanno con i nostri lavoratori. Continua a leggere

QUANDO GLI STRANIERI SIAMO NOI ITALIANI

immigrati-si1Oggi sulla stampa e alla televisione non ci vengono mostrati solo gli ormai purtroppo consueti servizi dedicati al campo di concentramento di Lampedusa o sull’ennesimo stupro ad opera di questi immigrati che tanto detestiamo. Rumeni, marocchini, nigeriani, dalla pelle scura oppure chiara. Sporchi, poveri e farabutti. Colpa loro se c’è la droga (la coltivano gli afgani e i colombiani a casa loro, ma la spacciano qui a casa nostra): e poi si scopre che il giro d’affari miliardario se lo spartiscono poche organizzazioni internazionali, in primis l’ndrangheta. Colpa loro se le nostre donne non possono uscire di casa la sera (le loro sì, stanno sui marciapiedi a battere): ma anche noi italiani siamo capaci di stuprare. E se tuo figlio non trova lavoro, non è perchè a trent’anni quello scioperato ha dato solo un paio di esami alla facoltà di ingegneria civile (e quando glielo fanno costruire il ponte sullo Stretto), ma è colpa loro che gli rubano il lavoro dei campi a raccogliere i pomodori in Meridione. Insomma, che se ne stessero a casa loro!!! Continua a leggere

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