A mia nipote

Old On Air: “ANCORA QUI” – Elisa

Oggi ho fatto un viaggio indietro nel tempo.

Diciamo un saltello, che la mia Time Machine è di terza mano (sul libretto di circolazione si legge a mala pena, scritto in puro inglese vittoriano che il primo proprietario è stato tale Herbert George Wells, boh!?!) e del trabicolo non mi fido che non ha ancora passato la revisione e il meccanico continua a ripetermi che ci sarebbero spese importanti da farci sopra. 

All’inizio ero titubante, non è che ti metti in viaggio così in quattro e quattr’otto, almeno non io. Ci ho riflettuto per benino, cambiando idea un milione di volte, ma poi mi sono detto che non c’era niente di male e che in periodo di ferie una gita se la meritano tutti, anche quelli come me.

Che dire. E’ stato un viaggetto interessante, di quelli da affrontare ben attrezzati e pure muniti di vanga, strumento indispensabile onde evitare di lasciarsi sfuggire qualche recondita sensazione ritenuta morta e sepolta nel passato sotto almeno mezzo metro di ombre e fuliggine anche se il tempo si dice sia galantuomo e magari un po’ mentitore, nel senso che il suo lavoro sulle storie è sia far risaltare gli angoli più belli, ma pure eclissarne quelli più avversi.

Sono rimasto meravigliato da quanto mi fosse facile riconoscere luoghi, persone e cose che pensavo di aver riposto nel dimenticatoio. Suoni, nomi, voci, visi, forme e odori erano ancora tutti lì, freschi dopo anni come se non fosse passato che un giorno soltanto. Insomma è stato un bel viaggio, di quelli che mi spiacerebbe non essere riuscito ad immortalare tra i miei selfie mentali.

Mentre parcheggiavo la Time Machine in garage, alla radio davano questa canzone… poi… ho spento lo stereo e mi sono messo a pensare al futuro.

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Intanto aiutiamoli a casa nostra (ma per davvero!)

Quello dell’immigrazione è tema sicuramente caldo. Un po’ sulla bocca di tutti e tutti ci sentiamo autorizzati a dire la nostra: colpa della democrazia e di internet, baby. Chi ce l’ha con il degrado, chi ha paura che gli fregano il posto di lavoro, chi teme che ‘questi’ gli entrino in casa a rubare.

Purtroppo sono pochi quelli che hanno una visione completa del problema, tutti gli altri vanno di slogan, sfruttano il momento per loro fini personali (economici e politici): sono gli sciacalli che di lavoro fanno quelli che cavalcano l’onda del facile dissenso.

Facile dare del razzista al manipolo di cittadini che non vogliono fare accoglienza nel proprio territorio. Così com’è altrettanto semplice pontificare della solidarietà umana seduto sulla poltrona con la sola preoccupazione per quale ‘tronista’ fare il tifo. Non ce l’ho mica coi primi che sono ignoranti, ma non per colpa loro e non ce l’ho con i secondi poiché figli di questo mondo.

Il problema è gigantesco e purtroppo non abbiamo gli uomini né i mezzi per farvi fronte in maniera oculata e adeguata. In un mondo più giusto di questo, le menti degli uomini capaci sarebbero in prima linea a trovare soluzioni piuttosto che a barcamenarsi nell’emergenza. In un mondo più giusto troveremmo più disgustoso sperperare miliardi e miliardi di euro in inutili armi di distruzione e magari più corretto spenderli per aiutare qualcuno più sfortunato di noi, senza tener conto del colore della sua pelle e/o della sua religione.

Ci hanno fregato per bene. Degradante non è l’immagine di quei rifugiati che ciondolano per strada senza speranza nel futuro, ma chi sulla loro pelle ha imparato a farci la cresta. Il lavoro stai tranquillo non te lo ruba nessuno: non c’è, non per colpa dei poveri cristi, ma perché quelli ricchi non si sanno accontentare. I ladri sono sempre esistiti, ma di certo non ha a che fare con la razza: si ruba per invidia o per fame.

Siamo in mano ad una classe dirigente che fa proclami e s’indigna, ma di fatto mantiene lo status quo perché questo sfacelo gli conviene. E’ molto meglio che gli elettori (i pochi rimasti) se la prendono con ‘quelli’ che sono il problema piuttosto che con loro, pagati per risolvere quei problemi.

Oggi c’è chi propone di aiutarli a casa ‘loro’ fingendo di non sapere che per fare questo occorre una pianificazione con un orizzonte di decenni. E intanto che dovremmo fare? Convincerli di avere pazienza oppure lasciarli galleggiare in mezzo al mar Mediterraneo?

Immagino che quando la Storia ci giudicherà, si faranno monumenti e s’intitoleranno strade ai pochi che si sono dati da fare e che hanno contribuito ad aiutare chi ha avuto bisogno, mentre si biasimeranno i comportamenti di chi oggi alza barricate facendo finta di non vedere.

Ma della gente comune si parlerà poco e niente. Di noi poveri pusillanimi che guardiamo la tragedia compiersi sotto i nostri occhi senza fare nulla, non si parlerà. Come di solito non si parla del popolo pecorone, quello che un giorno inneggia sotto al balcone del dittatore e l’indomani festeggia per la liberazione.

Un giorno i nostri nipotini ci chiederanno dove eravamo, perché il nostro nome non è menzionato tra quelli dei giusti. Non potremo che rispondergli che avevamo paura o che non avevamo capito, sperando di ottenere quell’indulgenza dell’oblio che di certo non abbiamo meritato.

 

Ius soli: “Ehi, ma veramente vuoi essere italiano?”

Io non mi fido.

Aldilà della questione politica, io di chi insiste a volere diventare italiano, proprio non riesco a fidarmi.

Datemi pure del cretino, ma come faccio a credere a qualcuno che insiste a volere la cittadinanza italiana? A me la cosa puzza e credetemi dev’esserci sotto qualcosa…

Capirei se uno volesse diventare americano, inglese, tedesco, magari belga o lussemburghese, ma italiano? Dai… Siamo il popolo con meno credibilità al mondo.  Siamo solo capaci di vantarci per le opere di nostri connazionali morti oramai da secoli (anche se impropriamente perché all’epoca di Leonardo ad esempio, l’Italia non esisteva e tanto meno esistevano gli italiani) o che riescono nella vita solo dopo aver avuto il coraggio di averlo abbandonato, questo paese.

Altro che popolo di poeti, santi e navigatori… è ormai cosa risaputa in qualsivoglia istituzione internazionale che siamo i meno affidabili e i più miopi, capaci solo di tirare a campare. Noi invidiamo tutte le altre nazionalità, pure gli eschimesi (che vivendo negli igloo risparmiano sul frigorifero) e i lapponi (che da tempo hanno il monopolio delle renne e per questo ricevono i migliori regali da Babbo Natale). I più furbi e intelligenti (da qui il detto ‘fuga di cervelli) sono piuttosto quelli che dall’Italia si trasferiscono per diventare altrove persone per bene. Se non ci fosse in vigore questa legge capestro dello ius sanguinis” credete che la maggioranza degli italiani non preferirebbe essere francese, svizzero o austriaco?

Quindi a ragion veduta una Continua a leggere

Caro Marziano…

Caro Marziano,

sono lieto di sapere che un giorno atterrerai su questo pianeta. La mia speranza è che il tuo spirito di curiosità aliena sia almeno pari a quello che ha ispirato milioni di terrestri vissuti con la certezza che un giorno o l’altro avrebbero potuto magari stringerti la mano (o qualsiasi appendice voi usiate per salutare i vostri amici).

Mi rattrista solo essere cosciente che non ci sarà nessuno di noi umani a darti un degno benvenuto, ma come ben sapranno anche i vostri scienziati, nel gran carosello dell’evoluzione oggi ci sei e domani non si sa. Oppure se ci saremo, noi umani non avremo nemmeno più questa forma: quindi ti prego di evitare di calpestare anche il più piccolo bruco che potrebbe essere il mio bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-nipote Paolino a cui sono già molto affezionato.

Il mio auspicio è che Continua a leggere

CLASSIC ON AIR: “Inno” – Mia Martini

Sole no! Non puoi più mandarci via
Rosso stai salendo sempre più
Lui sta dormendo il mare sa quanto amore
Mi ha dato e mi darà rubando il viso di una sera.

da “Inno”, uno dei più grandi hit di Mia Martini, scritto da Piccoli-Baldan Bembo, e tratto dall’album “E’ proprio come vivere” del 1974.


Oggi il sole si è finalmente fatto vedere per qualche ora.
Per farsi perdonare s’è messo d’impegno ad asciugare le pozzanghere della pioggia di ieri notte. C’è così tanta luce in casa che le robe sembrano più belle. Anche se sono perfettamente consapevole che si tratta solo di un effetto ottico, faccio finta di crederci sperando di stare un po’ meglio pure io.
La mia vita va avanti a furia di continui piccoli atti di fede, anche se cerco, per quanto possibile, di mantenere un certo curioso scetticismo da cui traggo l’energia necessaria al prossimo respiro.
Dalla finestra lasciata socchiusa alita il vento che gioca con le tende. L’aria è stranamente gelida per la stagione. Il freddo mi mette i brividi, ma non è niente di che e se non voglio non riuscirà certo a rovinare l’atmosfera.
Mi siedo e sfoglio una vecchia rivista sgualcita. Nelle foto patinate è ritratta in posa gente elegante e sorridente che forse dovrei conoscere. Persone posticce che s’atteggiano sul falso piedistallo cercando di farmi invidiare il loro profilo migliore palesemente ritoccato: beata gioventù che si fugge tutta via. Poiché le regole del gioco m’impongono di fingere di credere che posseggano un qualche talento, non li voglio deludere con uno sbadiglio, quindi appoggio con cura il rotocalco sul tavolino e passo oltre.
Intanto in cucina l’acqua sobbolle rumorosamente sul fornello acceso e mi richiama all’ordine. Non ho molta fame e la ignoro come faccio in questi giorni con tutto ciò che reclama la mia attenzione, consapevole che prima o poi ne pagherò le conseguenze. Forse è un eccesso di pigrizia, come sostiene chi dice di conoscermi bene, ma in cuor mio spero che si tratti unicamente di tanta sana noia.
E’ il momento di accendere la radio.
Alzo il volume sperando di incappare casualmente in una stazione che trasmetta musica capace di scuotermi da questa stucchevole indolenza. Si vede che è una giornata fortunata. Chiudo gli occhi per ascoltare meglio la voce di Mia Martini che mi solletica le orecchie con la suo “Inno”.
La canzone finisce e apro gli occhi. Mi sovviene per un momento il pensiero che magari è vero che a questo mondo sono esistite delle persone davvero speciali e force ci sono ancora cose per cui vale la pena di andare avanti.


[Google – doodle] «Beato quel popolo che non ha bisogno di festeggiare il #PrimoMaggio…»

La Festa del Lavoro è a mio parere la festa più fraintesa dell’anno.

La maggioranza pensa sia il momento in cui si celebri il diritto di ognuno ad un posto di lavoro dignitoso, attraverso il quale sentirsi socialmente valorizzato secondo le proprie capacità ed aspirazioni.

In realtà le origini del Primo Maggio sono proprio l’opposto. Ricorda le lotte per la riduzione della giornata lavorativa. Le battaglie operaie volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore.

Quindi in pratica oggi si festeggia il diritto a lavorare meno!

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