[RANT] E tu paghi?

Tweet

Consentitemi la metafora.
Poniamo che decidiate di andare al ristorante.
Non importa se si tratta di andare alla trattoria sotto casa, che cucina le lasagne come ve le faceva nonna, oppure prenotare in quel locale un po’ chic dove le pietanze sono monodose e quando esci hai più fame di quando ti sei seduto a tavola.
Da brave persone quali vi sforzate di essere, prima vi fate i conti in tasca per non fare brutte figure: sono finiti i tempi in cui avevate sempre il portafogli pieno e non volete di certo sudare freddo al momento di decidere se prendere o meno il dessert.

Il locale risulta essere meglio delle recensioni di TripAdvisor, avete mangiato bene: il cuoco stasera era in buona, magari si sta preparando per concorrere a MasterChef, vallo a sapere.
Il cameriere è stato gentilissimo: per niente maleducato e sempre a portata d’orecchi, ha pure servito immediatamente i grissini a tavola e se fossimo in America si potrebbe magari lasciargli una buona mancia, ma per fortuna da noi sarebbe solo un gesto da cafoni e quindi neanche a pensarci.
Chi vi ha accompagnato è stato/a all’altezza della vostra ospitalità: ha ascoltato fingendo q.b. interesse ai vostri aneddoti sull’ufficio e si astenuto/a d’assillarvi parlando troppo dei suoi miserevoli problemi personali.
Insomma avete passato una serata da battezzarsi come perfettamente riuscita. Di quelle di cui vantarsi al bar il mattino dopo tanto sono rare e ambite.

E’ il momento di chiedere il conto Continua a leggere

Amaro Comune

Questo è il mio paese da sempre, ci sono praticamente nato e cresciuto.

Con il tempo è cambiato, si è ingrandito, ha accolto forestieri e altri se ne sono andati, sono stati costruiti nuovi edifici e altri sono stati impietosamente abbattuti. E’ un paese tipico della zona, come tipici sono suoi abitanti che diverso tempo fa erano costretti ad emigrare all’estero in cerca di fortuna, che non tanto tempo fa rifiutavano di affittare le case ai cafoni meridionali e che adesso ce l’hanno con chi scappa dalla fame e dalla guerra perché le risicate risorse del territorio devono essere destinate prima a chi è di qui. Insomma da noi la memoria ha le gambe cortissime e va in giro vantandosi delle sue improbabili bugie.

Da fuori non sembra, ma questo è un paese arrabbiato.
Le persone, la domenica dopo la messa, con ancora il sapore dell’ostia in bocca e il rumore della predica del prevosto negli orecchi, sono solite fermarsi sul bel sagrato lastricato di vecchie pietre grigie per scambiarsi un saluto guardandosi in cagnesco.
E’ un paese di invidiosi.
I vecchi invidiano i visi speranzosi dei giovani e i loro occhi spalancati sull’incerto futuro. I giovani invidiano i soldi dei vecchi che si godono la pensione biascicando sentenze. Chi possiede qualcosina di più si trova ad invidiare la greve spensieratezza dei meno abbienti. Chi ha di meno invidia le inutili cianfrusaglie ostentate dai ricchi. I bambini invidiano i grandi che ai loro occhi possono fare e dire tutto quello che vogliono senza chiedere il permesso a nessuno. Gli adulti invidiano l’infanzia dei giochi e la guerra per finta dei loro figli.
Se qualcuno ha per caso fatto cadere una moneta nel sacchetto dell’elemosina lo ha fatto più per cercare di ripulirsi la coscienza che come atto di pura misericordia. Almeno chi non va a sentir messa ha l’alibi di non credere nemmeno di possedere un’anima da rimettere.

Chi vuole pregare può sfogarsi Continua a leggere

ISTAT 2018, il mio paniere è differente…

Come ogni anno l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha rivisto il paniere di prodotti (una lista di 1489 prodotti, tra beni e servizi) che utilizza per rilevare l’economia nazionale (calcolando tra gli altri, il tasso di inflazione, ovvero la variazione dei prezzi al consumo). Ovviamente il paniere NIC è un metodo statistico di rilevazione che tiene conto delle diverse abitudini dei consumatori italiani.

Escono dal paniere e quindi non saranno più monitorati beni quali i dispositivi MP4 (chi li utilizza più? oggi la musica si ascolta piuttosto via streaming sullo smartphone), i costi di telefonia pubblica (a trovarla una cabina telefonica…) e il canone RAI (è diventata una tassa direttamente riscossa via bolletta energetica).

Entrano nel paniere la frutta esotica (mango ed avocado), i vini liquorosi, la lavasciuga e il robot aspirapolvere.

Altre modifiche sono state fatte sull’elenco dei comuni in cui i prezzi vengono rilevati e sui “pesi” delle diverse categorie di spesa sul calcolo finale (è aumentato il peso di Trasporti e Servizi ricettivi e di Ristorazione ed è ahimè calato quello dell’Istruzione).


Considerazioni del Cittadino Imperfetto:

Scorrendo il paniere ISTAT mi sono accorto che la mia spesa è… differente…
L’avocado mi fa schifo e non capisco perché dovrei preferire il mango alla “classica” banana che è il frutto praticissimo. Ascolto la musica su fedele Ipod su cui carico la musica che più mi piace, sono praticamente astemio e il vermuth pensavo lo bevesse solo mio nonno, la biancheria la faccio asciugare sullo stendino in bagno e al robot aspirapolvere preferisco lo swiffer.
Se poi scorro il resto dell’elenco mi viene da ridere e piangere insieme… …pensare che l’indice utilizzato per rivalutare le pensioni degli anziani venga calcolato anche sul prezzo dei tatuaggi, degli smartwatch, delle soundbar e delle action camera. Boh!

In cosa ho sbagliato nella vita?

 

Ma i cloni sognano pecore clonate?

Nelle scorse settimana un’équipe di scienziati del Chinese Academy of Science Institute of Neuroscience di Shanghai, coordinata da Qiang Sun e Mu-ming Poo, è riuscita a clonare due cuccioli di macaco cinomolgo mediante il trasferimento nucleare di cellule somatiche, la stessa tecnica con cui, nel lontano 1996, venne “prodotta” la pecora Dolly, il primo mammifero a essere stato clonato con successo nella storia. La notizia è di qualche giorno fa e ha fatto subito il giro del mondo.

Uno scenario da fantascienza che coglie impreparati non solo noi del volgo, abituati a sentir parlare di queste cose solo in termini di fiction; purtroppo anche la comunità degli scienziati e pure i governi non riescono a tenere il passo con i limiti della sperimentazione scientifica.

Ritengo fermamente sia dovere dell’umanità non porsi limiti alla conoscenza, ma che esista al contempo una responsabilità su ciò che si può fare a prescindere dal progresso tecnologico raggiunto. Sarebbe auspicabile che simili sperimentazioni siano precedute da discussioni a tutti i livelli che mettano in evidenza non solo i pro e i contro e le relative ricadute economiche e morali per la nostra società, ma soprattutto le conseguenze per quelle a venire.

La clonazione di per sé non Continua a leggere

Old on Air: “Quanto sei antipatico”

L’unico pregio di cui mi posso vantare è l’antipatia. Si ho scritto bene, anch’io ho un dono, una qualità di cui vantarmi con gli amici.

Mica è facile come si potrebbe pensare. Pensa te, ci sono giorni che sono completamente svogliato e pigro. Faccio finta di non capire, fingo sorrisetti di circostanza e annuisco sempre, perché essere d’accordo è molto molto più facile che esternare il proprio dissenso. Poi la sera mi guardo allo specchio, mi odio e mi sto antipatico.

Non è che sono stronzo. A mio parere gli antipatici si differenziano totalmente dagli stronzi. Io almeno non penso di essere anche stronzo, sono solo antipatico.

Si perché gli stronzi sono esseri infimi a cui non piace la franchezza. Sono quelli che parlano male degli altri solo per mettere zizzania e ne ricavano piacere. Io no. A me viene naturale essere bastian contrario, magari me ne rendo anche conto di stare sulle palle agli altri, ma non resisto, è nella mia natura e anche a costo di soffrirne mi viene spontaneo esternare al mondo quell’atteggiamento di supponenza e arroganza che mi rende per l’appunto antipatico a prescindere.

L’antipatia che proviamo per gli altri, si dice nasca da Continua a leggere

«Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte»

Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte.
Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere.
Ricordo la prima selezione.
Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile.
Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire.
Janine non sarebbe tornata nel campo.
Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere.
Racconto sempre la storia di Janine.
È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano.
Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.

Liliana Segre, «Fino a quando la mia stella brillerà» – via Reddit


Storie come questa andrebbero raccontate il più possibile.
Soprattutto ai nostri figli che devono sapere che il mondo può diventare luogo dove la speranza diventa utopia e c’è chi ci ha insegnato che anche nei momenti più bui è possibile trovare la forza di riscattare la propria umanità. I vecchi protagonisti di queste storie diventano sempre più anziani e vengono a mancare i testimoni diretti: ciò che hanno passato, va raccontato anche per mettere a tacere i negazionisti e chi se ne approfitta e vorrebbe farci credere che certe cose non sono mai accadute: di cosa hanno paura queste persone?

Alcuni sono soliti pensare che il ‘900 sia stato Continua a leggere

Siamo tutti ignoranti (e alcuni un po’ più degli altri)

Prendo spunto dal nuovo video postato su Youtube dall’amichevole chimico di quartiere Dario Bressanini per fare qualche riflessione sull’argomento disinformazione.

Ho sempre trovato i video di questo bravo divulgatore scientifico davvero molto interessanti, in grado di colmare le mie curiosità scientifiche e che spesso sfatano alcune credenze popolari prive di fondamento. Se vi piace leggere di questi argomenti vi consiglio caldamente i suoi libri e il suo blog Scienza in cucina.

L’occasione del video è di smentire la bufala (aka fake news) che circola in rete ormai da qualche tempo: quella che ci vorrebbe in forma smagliante e sanissimi a forza di ingurgitare spicchi di limone sotto sale fermentati.

L’efficace Bressanini, con il suo solito approccio da studioso di chimica, smonta a una a una le tesi errate su cui si basa questa fantomatica procedura miracolosa, mettendone in discussione l’efficacia che non ha nessuna evidenza scientifica.

Ma ciò che più mi ha dato da pensare è stata la seconda parte del suo argomentare in cui dichiara:


Viviamo in un mondo in cui apparentemente è molto facile accedere alle informazioni, ma spesso ignoriamo che il web oltre ad essere una fonte preziosa di notizie è purtroppo anche una discarica di disinformazione in grado di creare un nuovo tipo di ignoranza: quella che non deriva dalla mancanza di istruzione, ma generata dalle false informazioni.


Effettivamente sia che siano fatte circolare per propaganda, che per creare un mercato di consumatori, ogni giorno veniamo Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: