23 dicembre: è quasi Natale (che Dio ci aiuti!)

E finalmente s’incomincia (l’8 dicembre è stato un semplice test, con meri propositi di allenamento). Quel che è fatto è oramai fatto. Presepe, albero, regali, l’ordinazione alla gastronomia. E se vi siete dimenticati di fare il regalo alla vecchia zia, non vi resta che riciclare un vecchio soprammobile (mi raccomando, non quello che vi ha regalato lei lo scorso anno).

Il 23 dicembre è l’antivigilia. Anti, cioè l’incontrario, nel senso che contrariamente ai prossimi giorni oggi potete ancora mangiare normalmente, senza pensare a pranzi e cenoni o a come far fuori gli avanzi degli stessi.
Si consiglia di gustare, possibilmente in Continua a leggere

[Tasse & fisco] – Pagare meno, pagare tutti!

Fanno ridere quelli che cercano di convincerci che se le tasse venissero abbassate (e di molto) chi oggi non le paga sarebbe invece poi più propenso a farci il favore di pagarle.

L’evasione fiscale è un problema reale che affligge il nostro paese da troppo tempo, zavorrandolo inesorabilmente. E grazie a una classe dirigente forse inefficiente, se non peggio collusa, si è prodotto un clima in cui onesto è solo chi è costretto a pagare, mentre gli evasori sono visti come furbi Robin Hood che hanno trovato il modo di evitare che il loro denaro finisca nelle grinfie di uno Stato vampiro e inefficiente.

Eppure non dobbiamo andare lontano (né geograficamente, né temporalmente) per avere un esempio di come si potrebbe risolvere il problema.

La vituperata imposta del “Canone Rai” è stata fino a non molto tempo fa una delle tasse più evase in Italia. Nel 2006 si è iniziato a cercare una soluzione efficace e dieci anni dopo si è tirato fuori dal cilindro la genialata di collegare il suo pagamento a quello della bolletta elettrica. In effetti la televisione sta in tutte le case e serve l’energia elettrica per farla funzionare, quindi a meno che non si riesca a provare di non avere un apparecchio atto a riprodurre il segnale televisivo o si ricada in una delle categorie esenti ora come ora ci si ritrova a pagare il “Canone Rai” direttamente in bolletta.

Il principale risultato di questa piccola rivoluzione è stato il tracollo dell’evasione, resa indubbiamente molto più difficile da attuare. I dati ufficiali parlano chiaro: se prima pagavano 16 milioni di italiani, adesso pagano 22 milioni di persone. Il risultato per la gente onesta è stato duplice: si è vista rateizzare l’imposta il cui importo è nel tempo anche diminuito del 20%.

Eh già! Il motto «Pagare tutti, pagare meno» funziona anche in Italia. Lo Stato pare non sia poi quell’inefficiente vampiro che ci vogliono far credere che sia. Prima tutti pagano quanto devono e ovviamente poi si paga tutti di meno. E a chi importa il colore del governo che risolve un problema, se tutti ne traggono uguale beneficio?

Le tasse verrebbero tagliate non perché un qualche politico si sveglia la mattina e decide di focalizzare la propria narrazione elettorale su un assioma inverosimile come quello di abbassare le tasse confidando nel buon cuore degli evasori mettendo così a rischio la Spesa Pubblica, ma perché tutti coloro che sono tenuti a pagarle le pagano effettivamente e se ci sono maggiori risorse si fanno più cose e si abbassano gli importi da pagare.

La Spesa Pubblica non è solo quella che nutre gli sprechi di una burocrazia inconcludente, ma serve perlopiù a rendere la vita di ogni cittadino la più dignitosa possibile. Ma le tasse ora sono alte e bisogna trovare la maniera di abbassarle!

Bisognerebbe finirla di fare condoni, che i furbi vadano in galera come i ladri che sono. Che lo Stato sia invadente come succede in tutte le democrazie occidentali dove le tasse vengono pagate non solo per senso civico, ma perché l’Agenzia delle Entrate ha tutti i mezzi per scoprire le furberie che lo Stato poi punisce pesantemente.

Non pagare le tasse non deve essere conveniente per nessuno.

E se proprio non ci piace come vengono usati i soldi delle nostre tasse, impegniamoci a votare una migliore classe dirigente.

Italiani, popolo di santi (una volta), poeti (su twitter?), navigatori (emigrati) e soprattutto creduloni

«Che i cari, vecchi luoghi comuni vengano spazzati via dal progresso è magari diceria anch’essa Se certe credenze sono rimaste in auge per secoli (pensate ad esempio al cristianesimo o al susseguirsi delle mezze stagioni) non sarà certo la confusione mediatica dei nostri tempi ad avere la meglio e a cancellarle dai nostri costumi. Anzi l’attitudine dei social media a dare voce a chiunque potrebbe addirittura risultare terreno prolifico sia per vecchie che per nuove costumanze.

Ad esempio, il pettegolezzo è sempre esistito e molto probabilmente si estinguerà con la fine della nostra specie. A tal proposito sin dai banchi del catechismo mi sono sempre immaginato Eva sofferente trovare finalmente sollievo nel sparlare delle cattive abitudini di Adamo con il diabolico serpente; la complicazione della mela morsicata invece è evidentemente una mera furberia di marketing.

Se mia nonna doveva attendere di incrociare un’amica per sussurrare l‘ultima cattiveria nei confronti di una comune conoscente, oggi la faccenda è resa molto più facile, accessibile e comoda dal progresso tecnologico che presuppongono al massimo il munirsi di uno smartphone e di un abbonamento ad internet con sufficienti giga.

La mia sensazione, o dovrei dire oramai certa persuasione, è che non siamo poi chissà tanto diversi dagli individui delle passate generazioni. I bisogni e le speranze sono sempre le medesime, sono solo differenti i modi attraverso i quali cerchiamo soddisfazione.

Gli italiani sono stati sempre e loro malgrado sempre lo saranno un popolo di creduloni. La nostra Storia (proprio quella con la ‘s’ maiuscola) ci ha forgiato nel midollo. Alzato lo sguardo dalle primitive palafitte ci siamo ritrovati a seguire un capo, un imperatore, un duce, che promettendoci latte e miele ci ha sempre portato alla rovina. Magari nel processo abbiamo fondato civiltà millenarie a cui far risalire gloriosi fasti, costruito monumenti ancor oggi ammirati e fotografati dai turisti, ma a saper ben tirare le somme ci abbiamo sempre rimesso. Prova è il deficit di civiltà che accumuliamo da secoli nei confronti delle altre nazioni.

Ci sarebbe da domandarsi come mai allora siamo pronti a farci prendere per il naso dal primo lestofante riesca ad attirare a se l’attenzione con promesse di milioni di nuovi posti di lavoro o l’abbassamento delle tasse. L’attitudine storicamente trasmessa dai padri dei nostri padri potrebbe essere ovviamente una risposta, oppure più romanticamente un incrollabile Speranza (anche questa con la ‘s’ maiuscola) che ci fa tirare avanti ad ogni costo, sognando un mondo migliore.

Gli italiani restano dunque un popolo di santi, anche se ora come ora vanno più di moda i santoni. Rimaniamo un popolo di poeti, anche se non sono più abituati ad usare correttamente il congiuntivo. Siamo ancora un popolo di navigatori, anche se ciò comporta di trovare successo lontano da casa. Purtroppo siamo anche un popolo di creduloni pronti a seguire il leader di turno capace di prometterci di tutto senza mai mantenere la parola.


In un mondo migliore non ci sarebbe l’8 marzo

Mi dispiace, ma questa volta ho deciso che mi dissocio. Non voglio cadere nel facile moralismo e nemmeno essere politically correct, quest’anno ho deciso che l’8 marzo farò esattamente quello che da maschio faccio tutti gli altri giorni:

  • mi alzerò presto ringraziando di trovare il caffè già pronto e questo è un dono prezioso;
  • recandomi al lavoro in macchina guarderò i culi delle altre auto evitando apprezzamenti sulle cilindrate e le minigonne;
  • sul posto di lavoro tratterò male chiunque pensi di farmi passare una brutta giornata senza guardare il genere che per quanto mi riguarda i colleghi sono da evitare tutti allo stesso modo;
  • non mi lamenterò con chi mi servirà il pranzo e cercherò di evitare quelle battutine da maschio alpha che vengono spontanee quando si mette mano al portafoglio;
  • a casa laverò i piatti se sarà il mio turno (Dio fa che non mi tocchi passare l’aspirapolvere che è quello che odio di più);
  • la sera guarderò la tv, usando saggiamente il potere del telecomando per saltare programmi e pubblicità che cerca di fregarmi facendomi produrre un po’ di testosterone in più;
  • augurerò buonanotte senza essere incazzato e finalmente inizierò a sognare un mondo dove non occorra ricordarsi una volta l’anno quanto vale l’altra metà del cielo.

Anch’io voglio una tessera

Anch’io voglio una tessera.
Anch’io merito di possederne una. Un pezzo di plastica colorata con un logo a tema e un microchip anti-falsificazione che possa fare la sua sporca figura nel mio portafoglio, posta giusto tra la carta d’identità in scadenza e la patente di guida scaduta. Un certificato di appartenenza, di avente diritto, da tirare fuori alla bisogna lasciando chi mi trovo davanti abbastanza confuso nel chiedermi «Bancomat o Carta di Credito?»«Eh no, Signora mia, non ha proprio capito…» – risponderei tutto piccato, schiarendomi al contempo pomposamente la voce – «La mia tessera non serve per comprare, ma per essere.»

La tessera di essere umano.
Non importa il pantone ma che ci sia stampigliato sopra il mio nome e cognome e ammennicoli anagrafici vari, niente foto, che tanto si sa che viene sempre male ed è quindi meglio soprassedere. E ben visibile a caratteri cubitali un codice alfanumerico rilasciato dal ministero taldeitali che attesti non la mia mera esistenza, ma la mie poche qualità e i tanti difetti che fanno del me medesimo un essere umano un po’ fuori forma che ha superato (di poco) gli anta.

Riepilogo e/o ricapitolazione dei difetti/qualità accertati e certificati:

  • ottusamente semi-buonista;
  • incompreso gino-altruista;
  • incapace di essere razzista;
  • illuso eco-idealista;
  • cicciuto rotondeggiante;
  • propenso a frugale calvizie;
  • portatore fiero di lenti;
  • piccoso lettore di storie sospese;
  • numero di scarpe: 46.

Ogni qualvolta me ne venisse lo sfizio, che ne so magari di fronte a qualcheduno in vena di fare polemica con della strana filosofia, la tirerei fuori tanto per confermare il mio seguente dire: «Ecco buon uomo con me non attacca… Guardi m’hanno dato pure la tessera ministeriale.» – inizierei cavandola cerimoniosamente fuori dal portafogli, come fosse burocratica reliquia – «Se per essere titolare di un sacrosanto mio diritto, mi si dice che è necessario che qualcun altro ne debba essere ahi lui privato, per conto mio faccia pure conto che io ne possa fare a meno. E tante grazie lo stesso, sarà per la prossima vita.»
Che a questo mondo se non c’hai la tessera… mica sei nessuno!!!

Le solite vittime della guerra giusta

Non è passato che un secolo dalla fine della Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Qualche celebrazione, ma niente che abbia seriamente scalfito il muro di gomma d’indifferenza delle coscienze, oggi come non mai concentrate solo sul presente. Eppure la Storia avrebbe tra i suoi compiti proprio quello di serbare memoria non solo dei successi e dei traguardi raggiunti, ma soprattutto degli errori compiuti nel passato.

La Storia è quindi principale nemica del Sistema che la combatte con l’arma più efficiente a sua disposizione: l’oblio. Così anche se le piazze rimangono infarcite di statue commemorative e magari una volta l’anno si coglie l’occasione di una vacanza, l’inevitabile sottilmente si compie. L’oblio ha infine la meglio sfruttando l’umana propensione della mente a lenire le ferite cercando di dimenticare i mali passati pure al prezzo di restare all’oscuro di ciò di cui si stati vittima.

Eppure la Storia (la storiografia nel senso più alto del termine) rimane sempre a disposizione degli uomini di buona volontà che aspirano ad emanciparsi dalla schiavitù dell’ignoranza. E’ sufficiente sfogliare una delle sue tante pagine per scorgere attraverso la sapiente luce della conoscenza i meccanismi alla base del funzionamento di questo mondo.

E così la Prima Guerra Mondiale mostra il suo vero volto. Un immane e insensato massacro responsabilità di pochi cinici sulla pelle delle moltitudini. Non una guerra giusta, moralmente accettabile, ma uno strumento di chi ha il potere per legittimarsi e ottenere quel consenso di cui voracemente si alimenta.

Restando nel cortile del nostro paese, sfrondata la retorica dalla risorgimentale volontà di completare l’unità nazionale, dal patriottismo degli interventisti e dall’isolazionismo dei neutralisti, rimane il grosso macigno dell’ignoranza sui fatti dei milioni che realmente poi persero la vita al fronte.

E così ancora una volta la più importante lezione della Storia riguarda chi ha il potere di scatenare una guerra che quasi mai scende in trincea a versare il suo sangue che a morire ci manda proprio quella gente di cui millanta di perseguire gli interessi.

Chi è convinto che la Storia sia roba noiosa che poco o niente ha di che spartire con il presente e meno con il futuro, non ha capito un bel niente.

Se ad esempio si trova il coraggio di trasporre quanto sopra all’attualità dei giorni nostri, si è magari in grado di scoprire qualche altarino. Oggi la guerra dove si spara e si sganciano bombe la si fa nel terzo mondo dove la gente è più avvezza a questo modo di fare che quando qualche anno fa ha provato a lambirci più da vicino non ci abbiamo per niente fatto una bella figura. Qui noi la guerra, che rimane sempre una questione di vile denaro, la si combatte senza esercito che impieghiamo solo nelle cosiddette missioni di pace. Da noi la guerra è commerciale e se magari sfiora la politica rimane sempre relegata a questione di interessi economici.

E mentre una delle idee più nobili scaturite dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale è fatalmente in crisi, lontana dalle origini e dai condivisibili ideali, impastoiata negli aspetti legati alla finanza, la nostra guerra è contro i burocrati dell’Unione Europea. Chi ci comanda ci infarcisce le orecchie con la retorica del sovranismo e del populismo (unità nazionale? patriottismo?) e ci vorrebbe sul fronte a combattere la guerra per tutelare i nostri interessi (?). E se sfortuna vorrà che si compirà un massacro, quelli che ci rimetteranno non saranno chi sta sopra, ma (in questo caso) i soldi della povera gente.

E questa quindi una nuova guerra giusta?

La Storia potrebbe rispondere di no, ma sembra che nessuna abbia bisogno dei suoi consigli. Il passato si vorrebbe fosse come quell’acqua che non passa mai due volte sotto lo stesso ponte. Ma per fortuna c’è chi non ne è per niente convinto e tra le coltri della nebbia dell’ignoranza riesce ad intravvedere il vero nemico ovvero quel Sistema che ha interesse solo a tutelare se stesso.

Gli studiosi affermano che si è felici solo dopo i 46 anni…

Ricordo che tempo addietro lessi un trafiletto che lì per lì non mi disse poi molto, ma che giusto oggi mi è tornato in mente. Si trattava di uno di quegli articoli di curiosità che penso bene i redattori comandano come riempitivi, da pubblicare alla bisogna, in mancanza di vere notizie.

In pratica l’articolo citava una serie di studi che sembrerebbero indicare che il benessere emotivo è una curva a U. Si parte bene, da giovani, ma si scende precipitosamente in fretta. Poi si comincia a risalire, fino ad arrivare a una stabilità molto somigliante alla serenità.

E quando avverrebbe quest’inversione? Secondo gli esperti a quanto pare mediamente a 46 anni.

«La vecchiaia non è così male, se consideriamo l’alternativa». Altro che crisi di mezza età per cui ogni uomo si butta in qualcosa di bislacco: un investimento rischioso, una giovane segretaria procace, un’automobile veloce o un nuovo asfissiante hobby, mentre alla donna al suo fianco tocca assistere, suo malgrado, allo sconcertante spettacolo.

Pare invece che a quarantasei anni si dovrebbe aver ormai imparato una lezione importante: a dare valore alle cose che contano. Un’età in cui si diventa meno ambiziosi e magari più tolleranti. E questo oltre ad essere molto saggio è una buona premessa per un’esistenza degna d’essere vissuta.


Quindi con questo auspicio e facendo i debiti scongiuri, tanti auguri a me.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: