Scusa se… ho mal di testa!

Che Moccia (di cui, sinceramente, non ricordo il nome di battesimo) non sia un vero e proprio artista, è quasi cosa certa. Ma che direste a quelli che sostengono che Picasso e De Chirico non siano da considerare né artisti né quantomeno visionari, ma semplicemente degli uomini malati? Ebbene sì, molti studiosi pensano che questi due elogiatissimi pittori non siano che… degli emicranici.

Alcuni pensano che soffrire di emicrania cronica significhi “solo” avere qualche mal di testa ogni tanto da non poter eliminare con il pubblicizzatissimo Moment. La verità è che questa malattia ha un corollario di altri fastidiosissimi sintomi, tra cui l’aura visiva. Per i non adepti, spiegheremo di cosa si tratta.
L’aura dell’emicrania, da non confondersi con quella di Goku Supersayan, è una fase della durata media di 20 – 40 minuti che precede il mal di testa vero e proprio. Si tratta di un transitorio “bug” del sistema nervoso, dovuto alla diminuzione dell’afflusso sanguineo in alcune regioni celebrali, che i pazienti manifestano tramite una sorta di allucinazioni. Frequentemente, si “vedono” lampi luminosi a zig zag, figure complesse, immagini frammentate o deformate e lievi scotomi (cioè riduzioni del campo visivo).

Le menti diaboliche degli studiosi, così, sosterrebbero che ogni emicranico, se prendesse pennelli e pastelli mentre ha un’aura invece che imbottirsi di Imigran, ne caverebbe fuori delle opere da miliardi di dollari. Si sa, queste affermazioni hanno sempre un certo margine di fantascientificità, ma un fondo di verità, forse, c’è. Indubbiamente, artisti si nasce (anche emicranici, del resto) e, probabilmente, il genio artistico non è che una malattia. Come diceva F. Nietsche: “Non è possibile essere un’artista senza essere malato”. Niente da obiettare, se non fosse che Nietsche stesso, a quanto pare, soffrisse di emicrania cronica. Di fatto, la lista degli artisti e degli studiosi soffrenti di questa malattia conta molte facce tra quelle che il nostro immaginario collettivo inserisce tra i cosiddetti geni. Il filosofo I. Kant, il padre della psicanalisi S.Freud, il pioniere del puntinismo G.Seraut, il poliedrico scienziato rinascimentale G.Cardano, lo scrittore L.Carroll, la mistica tedesca Santa Ildegarda Di Bingen, la pittrice americana G.O’Keeffe, sarebbero alcuni tra gli emicranici creativi.
Perciò, per tornare al dilemma che ha aperto questa nostra riflessione, davvero Picasso e De Chirico, non solo colleghi ma anche amici, hanno avuto come comune denominatore la sofferenza come musa ispiratrice della loro arte?
Per cercare delle risposte, entriamo nel vivo di questi studi.

Partiamo da Pablo Picasso (Màlaga, 1881 – Mougins, 1973). L’artista dal nome completo chilometrico (Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Mártir Patricio Clito Ruiz y Picasso) è conosciuto mondialmente come un artista senza spazio e tempo e, sicuramente, come uno delle pietre miliari della pittura del XX secolo. Della sua biografia, sarà utile ricordare la vena artistica ereditata da suo padre (il pittore José Ruiz Blasco), le sue molteplici amanti, la morte autoindotta del suo migliore amico, i suoi periodi rosa, blu, afro e cubista, e il suo inchinarsi verso la schiettezza dei bambini, la  sua gelosa ammirazione verso un mondo ingenuo, semplice e scisso.

Il neurologo Michel D. Ferrari del Centro Medico dell’Università di Leiden (Olanda), ha esposto la sua tesi durante il Congresso Mondiale sulle Cefalee, tenutosi a Londra nel 2000. Secondo questo medico, i dipinti picassiani del periodo cubista, che traccia una linea temporale che si protrae, all’incirca, dal 1909 al 1912, sono molto simili ai disegni realizzati da alcuni dei suoi pazienti che soffrono di emicrania con aura visiva. Secondo il neurologo, il cambiamento repentino di stile dell’artista, da uno stile “accademico”, a uno stile alquanto particolare, arbitrariamente detto “Cubismo”,  è dovuto alla rarità della sua malattia. Come si cercava di spiegare prima, di solito, l’attacco emicranico provoca delle alterazioni visive che arricchiscono l’immagine di flash e stelle luminose. Picasso, come si è già detto, soffriva di una forma particolare di questa già elitaria malattia neurologica, nel senso che la sua percezione auratica, per il principio della scissione verticale, lo portava a “vedere” e, perciò, dipingere volti e spazi squarciati lungo un taglio, appunto, verticale.
In modo particolare, il dottor Ferrari, mette un appunto sui volti femminili realizzati dall’artista, dove un occhio è più in alto dell’altro e la bocca e le orecchie sono sproporzionate, divisi da un immaginario segmento verticale. Tra queste opere, il medico ricorda i ritratti di Marie-Thérèse Walter che, tra l’altro, contribuirono a incrementare ricchezza e fama dell’artista.

Ma soffermiamoci un attimo sulla persona di Marie-Thérèse. La donna in questione, una giovane francese di origini svizzere, fu definita dai critici “l’amante bambina” di Pablo Picasso (avevano 28 anni di differenza e quando si conobbero lei aveva 17 anni). Di fatto, la coppia rimase legata per una decina d’anni, un periodo di tempo relativamente lungo per un donnaiolo qual’era l’ispanico artista, e mise alla luce una bellissima bambina bionda (che però Picasso non riconobbe legalmente), quella che noi tutti conosciamo come “Maya con la Bambola”. Poi, come ogni vero artista che si rispetti, molto egoisticamente, si stufò di questa vita e se ne andò con la sua ennesima amante, l’artista francese di origini croate Dora Maar, così come aveva lasciato otto anni prima la moglie ucraina Olga Khokhlova.

 

Nu au Plateau de Sculpteur ,picasso. 1932,olio su tela, collezione privata, 162x130cm

 

Picasso dipinse una serie di quattro ritratti di Marie-Thérèse in pose del tutto quotidiane, dei quali il più famoso e costoso è “Nudo, Foglie Verdi e Busto”. Questo, se seguiamo il ragionamento del dott. Ferrari, vuol dire che Picasso ogni giorno aveva degli attacchi di emicrania. Inoltre, se mettiamo a confronto questi ritratti con quelli di Dora Maar, possiamo cogliere un’unica sostanziale differenza: Marie-Thérèse é rappresentata come una bionda solare e allegra, una donna dei sogni; Dora, invece, è dipinta nel buio, nella sofferenza della tortura, nelle vesti di una Veronica. Questo, insieme al passaggio da colori pastello, come il lilla e il blu, associati a Marie-Thérèse, a colori acidi e sgargianti, il nero e l’arancione, quelli di Dora, potrebbe testimoniare il progredire della malattia. Se si esclude questa tesi, c’è un altro enigma irrisolto sui ritratti delle donne di Picasso. Si può pensare che l’artista, talmente innamorato del genere femminile, fosse del tutto incapace di amare una donna alla volta. Eppure non ci si spiega perché le abbia voluto privare della loro bellezza ogni sua amante ritraendola in pose snaturate e cubiste. Voleva solo farsi scherzosamente beffa di loro? Voleva fare della donna il manifesto del Cubismo, l’arte che scomponeva la figuratività? Oppure le stava soltanto dipingendo così come le vedeva, ognuna diversa ma uguale perché condivideva con lui la sua sofferenza? Accanto a questa interpretazione delle opere di Picasso, che ci svelano dal punto di vista, diciamo, clinico ciò che la malattia disfa e crea, resta da spiegare, dal punto di vista psicologico, quale input riceve l’emicranico creativo. Darwinianamente parlando, un emicranico è una persona che ha adottato efficaci strategie di adattamento per convivere con il suo male perenne.

Se prendiamo a titolo di esempio il pittore Giorgio De Chirico, ci troviamo davanti ad un intellettuale che, restio a considerare la sua malattia un mero handicap, trasformò la sua disabilità in un’occasione di conoscenza. Del resto, da sempre i filosofi si sono interrogati sui fili invisibili che collegano pensiero e azione e se potesse esistere o no un “occhio della mente”. Nel corso della Storia della Filosofia questi “fili” sono stati chiamati archetipi, paradigmi, idee platoniche, linguaggio degli Dei e così via. Grazie a De Chirico, oggi, si può pensare all’aura emicranica come una finestra socchiusa sul cervello, qualcosa al confine tra scienza e filosofia. Ma non è De Chirico, e forse non a caso, il padre della Metafisica, la Scienza che va Oltre la Fisica? In questo senso, il suddetto pittore non si accontentò di essere un semplice malato: per continuare a citare Nietsche, fu un esemplare di Übermensch, un Superuomo, un uomo che è oltre a tutto. In assenza di una diagnosi vera e propria, si convinse di essere al di sopra degli altri uomini e considerò la sua malattia quasi un dono divino, un super-potere che gli permetteva di vedere il futuro, di essere originale e avere delle visioni, insomma, una mente sovrannaturale (tant’è che chiamava le sue auree visive “febbri spirituali”). Eppure, era solo un uomo malato e la sua scelta estetica, spiegano gli studi, non fu così tanto libera.

Ma chi è questo Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978)?. E’ un artista sempre insoddisfatto, inquieto. Come precisato prima, fu il capostipite di una generazione di artisti che saranno chiamati, poi, dai critici “metafisici” e artisti della portata dell’enigmatico R.Magritte, s’invaghirono delle sue opere per convertirsi a questa strana religione. Nacque in Grecia da una donna della borghesia genovese e da un siciliano ingegnere delle Ferrovie. Morì a Roma dopo una sofferta lunga malattia. A nome suo e della sua seconda moglie (Isabella “Isa” Far), nel 1986 venne istituita a Roma una fondazione in sua memoria. Grazie a dei diari redatti dall’artista, si può ipotizzare che la sua malattia abbia cominciato a manifestarsi attorno agli anni della Ia Guerra Mondiale, alla quale lui partecipò come volontario. E’ proprio da queste memorie, riportate nel 1988 su una rivista inglese, che partono gli studi del Prof. Ubaldo Nicola e del Prof. Giuseppe Nappi. Il primo, U. Nicola, professore di filosofia al Liceo Copernico di Pavia, ha pubblicato un libro intitolato “L’aura di Giorgio De Chirico”, edito da Mimesi; l’altro G.Nappi, è direttore scientifico dell’Istituto Neurologico “Mondino” di Pavia e fondatore di Al.Ce., Alleanza Cefalgici (che si occupa di forme rare d’emicrania), e ha aiutato il filosofo a trovare basi scientifiche che convalidassero la tesi.

 

“Sole sul cavalletto”, G. de Chirico - 1973 - "collezione privata"

 

Nicola, fortemente affascinato più che dalla malattia, dalla psiche di De Chirico in quanto emicranico, ha voluto dimostrare la palese correlazione tra la sua eccentricità e le sue auree emicraniche. Nappi, di canto suo, conferma che, spesso, l’emicrania si manifesta in soggetti con particolare talento e sensibilità artistica.Così, “Sole sul cavalletto”, l’opera dechirichiana la più discussa tra i critici e gli interpreti dell’arte, potrebbe, finalmente, aver trovato una chiave di lettura. Le luci, le linee a zig-zag e la percezione distorta delle cose (Quest’ultimo sintomo è detto Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie: pare che Carroll abbia scritto questo libro ispirandosi ai suoi episodi auratici, che gli facevano vedere la realtà doppia, allungata, a metà o ingrandita), sono valide prove che riconducono alla dinamica dell’emicrania con aura e, in questo modo, spiegherebbero tutte le particolarità dello stile del pittore metafisico.

De Chirico dipinse delle visioni nitide, degli oggetti che, sebbene strambi, percepiva chiaramente. I critici definirono le sue composizioni degli “interni metafisici”. Del resto, non si poteva trovare un’espressione migliore. Le sue, per come le definiva lui, fantasie inedite, senza spazio e sospese nel tempo, includono figure geometriche strambe (nient’altro che figure auratiche) e plateali ossimori (per esempio una barca in salotto). Il suo figurare, che va oltre il soggettivo, si tratta indubbiamente di Metafisica e, inoltre, l’ossessiva minuzia con il quale è affrontato, produce l’effetto contrario del realismo. Se diamo retta ai professori, De Chirico durante le sue auree vedeva la luce del Mediterraneo e delle architetture classiche e, se questo non è solo un tributo alla sua terra d’origine, la Grecia, allora qui si assiste a uno scavare nell’inconscio di cui parlava Freud: il ricordo non scaturisce più da una madeline, ma dai sintomi di una fastidiosissima malattia. Perciò, quello che ci viene da pensare è che, magari, quelle che De Chirico chiamava baldanzosamente rivelazioni, non fossero altro che degli incubi, dei moniti che temeva e di cui avrebbe volentieri fatto a meno.

Allora, davvero un’opera d’arte può nascere da uno scherzo della vista?
Forse, le conclusioni che si possono trarre da questi studi, sono un po’ drastiche. Indubbiamente, Picasso e De Chirico sono stati e rimaranno per sempre nel novero degli artisti più geniali degli ultimi tempi. Resta da verificare, però, se davvero malattia e genio creino l’alchimia perfetta. Se fosse davvero così, per citare qualcuno che di rivoluzione di pensiero se ne intendeva, “Emicranici di tutto il mondo, unitevi!




3 Risposte

  1. […] Link articolo originale: Scusa se…ho mal di testa! « CITTADINO IMPERFETTO […]

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  2. E’ l’articolo che vorrebbe leggere ogni emicranico…

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  3. Davvero un bel post! Complimenti.
    Cmq mi è venuto mal di testa… EVVIVA!!!

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