Oggi 7 gennaio si festeggia la festa della bandiera italiana: il tricolore

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Che peccato che questa festa passi sotto tono e non sia sentita quasi da nessuno. Nemmeno al TG ne hanno parlato: che peccato!

Forse è che si tratta di una ricorrenza relativamente recente (istituita con una legge dello stato il 31 dicembre 1996), forse i valori che ci rendono grandi agli occhi del mondo sono spesso offuscati non tanto dalle istituzioni, ma da chi oggi le rappresenta tanto male da renderle tanto odiose.

Io che non mi definisco per niente un tipo patriottico, per la bandiera italiana ho avuto sempre un debole sin da bambino. Ricordo che una volta tanto strepitai che alla fine ne ricevetti in dono una enorme che rimase appesa per anni nella mia camera, giusto accanto al classico poster del Che.

Più che i caroselli per le vittorie della nazionale di calcio, mi è sempre piaciuta la storia che c’è dietro a questo simbolo che siamo stati costretti a riporre in un cantuccio della memoria e considerarlo poco di moda dimenticandoci che è stato simbolo di riscatto sociale e rivoluzione  intesa come sovranità per il popolo e libertà per la nazione.

Come mi piacerebbe che un giovane precario ne sventolasse una sotto il naso di quei “signori” che la infangano ogni giorno rincorrendo il potere a scapito delle future generazioni.

“Il richiamo di Garibaldi” di Domenico Induno

Cari Fratelli d’Italia (ma anche Sorelle),
L’abbiamo tanto aspettato e, soprattutto criticato, questo 17 marzo 2011 e, finalmente, eccolo qui questo giovedì di fine inverno. Come definirlo, allora, questo compleanno di mamma Italia? Io la chiamerei una festa memorabile, una di quelle che, se ti va bene, passano una sola volta nella vita come la cometa di Halley.
L’Italia esiste da 150 anni, se la matematica non inganna, ma partimo dall’inizio di questa storia. No, non racconterò le vicende dei Mille (che, in realtà, erano qualcuno in più perché, da sempre, se c’è una festa ci devono essere pure gli imbucati): le peripezie di Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele la conoscono quasi tutti e, del resto, ne sono pieni i libri. La nostra storia comincia con un tale che rispondeva al nome di Massimo D’Azeglio e che di mestiere faceva, alternativamente, il politico e l’artista. L’Italia era nata soltanto da un giorno e costui, intelligentemente, fece notare al simpatico quartetto che aveva cucito insieme gli stati e gli staterelli dello Stivale in stile patchwork: “Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani”.
A dire il vero, anche oggi si fatica a trovare degli aggettivi adatti per descriverci e che, possibilmente, mettano d’accordo tutti. Noi Italiani, non c’è che dire siamo molto abili a insultare la nostra Patria, ma guai se lo fanno gli altri! Guai se ci riducono a un piatto di pasta, cosche mafiose e un suonatore di mandolino! A parte il fatto che io ho visto il mio primo mandolino a diciassette anni in un museo d’oltralpe, sono d’accordo: gli Italiani non sono solo questo. Sono il tatuaggio I love Mama; sono tutti davanti alla tv a vedere il cielo Azzurro sopra Berlino o in piedi sul divano perché Valentino c’é; sono la Divina Commedia letta in tutto il Mondo; sono la notte degli Oscar di Sofia Loren che si commuove nell’annunciare che the winner is RoBBerto.
E’ questo che ci deve rendere orgogliosi di essere italiani, anche se negli ultimi tempi qualche buontempone ha fatto credere che l’Italia é solo un bel vaso con dentro parecchi fiori avvizziti o marci. Oggi é tempo di riscattare i nostri pregi perché chi si diverte a deriderci possa rimanere di stucco, positivamente sbalordito.
E da dove cominciare? Guardiamo, ad esempio, la forma indefinita delle altre nazioni europee; l’Italia, invece, ha la particolarissima sagma di uno stivale. Così, anche la storia del nostro Paese é unica nel suo genere. Mentre le maggiori potenze europee, quali l’Impero Asburgico, la Francia e l’Inghilterra, parlavano di nazione e nazionalismo, noi eravamo ancora divisi in sette stati e in mano a svariate corone che ci scambiavano come figurine. Durante un soggiorno a Weimar (Germania), non a caso scambiai la statua di F. Schiller a cavallo davanti alla biblioteca della duchessa Anna Amalia con una statua di Garibaldi. Mentre in Germania era in voga la Sturm und Drang, la tempesta di sentimenti e l’inquietudine nella ricerca della propria identità, mille e rotti garibaldini partivano per costruire l’Italia più o meno come la vediamo oggi.
Anche la corrente dei macchiaioli é del tutto Made in Italy. si può dire che essa costituisca la variante pittorica del Verismo, movimento letterario di cui, sicuramente, ricorderemo Giovanni Verga con i suoi Rosso Malpelo, I Malavoglia e la Storia di una Capinera.  Il leitmotiv dei Macchiaioli era il Patriottismo tradotto in paesaggi a campo aperto, vedute di campagna, in cui il punto non esisteva, ma solo macchie di colore. Questo approccio all’arte nacque in Toscana, tra l’altro il primo stato a credere nell’Italia unita e la culla della Lingua Italiana, dove si stavano rifugiando, man mano, tutti i patrioti lombardi, tra i quali D. Induno. Oggi si coglie l’occasione di fare dibattiti e talkshow su tutto, ma i Macchiaioli crearono un’arte che parlava del popolo per il popolo. Ancora non esisteva una lingua unitaria italiana e , anche A. Manzoni si chiedeva in quale idioma avesse dovuto scrivere I Promessi Sposi, perciò quest’arte si pone come mezzo per gemellare gli italiani.
Domenico Induno (Milano 1815 – 1878), fortemente influenzato dall’espressività romantica dei dipinti del contemporaneo F. Hayez, sull’onda degli eventi risorgimentali, dipinse un quadro che intitolò “Il Richiamo di Garibaldi” (42,4x53cm – olio su tela – 1854 – Collezione Bentivegna).
I personaggi di questa composizione molto semplice, basata su giochi di diagonali, spiccano sullo sfondo impolverato grazie alla sapiente calibratezza tra colori vividi e puri, quelli del Tricolore. E’una scena famigliare di donne e bambini che restano a casa e di uomini che partono in guerra.
Il quadro costituisce uno spaccato sulla vita dell’Italiano medio del tempo. E’ una persona umile e, per certi versi, derelitta: anni di prigionia non hanno fatto altro che aggiungere miseria alla miseria. In casa sua vengono esposti strumenti rurali perché lui é un uomo che lavora la terra italiana che può dare ancora frutti. Sebbene abbia una dimora povera, sporca, una catapecchia, non manca di appendere al muro un crocifisso perché la gente semplice ci crede ancora in Dio.
Questa scena di genere, teneramente patetica e molto meno ampollosa di come l’avrebbero dipinto i colleghi romantici, ci mostra come non sia stata una passeggiata unire gli stati italici per formare l’Italia, come il richiamo di Garibaldi abbia spezzato gli affetti quotidiani. Probabilmente, Induno prese spunto dall’Iliade di Omero per dipingere questi due coniugi come Ettore e Andromaca e il figlioletto Astianatte con l’aggiunta di una quarta persona, una donna alla finestra, qui simbolo di speranza. La moglie é accasciata sul letto disperata. Il marito, non più giovane, parte in guerra sebbene sia ferito perché é un dovere morale andare a liberare l’Italia. Proponendo un evento storico con un risvolto intimo, il pittore fa sì che il dramma di un singolo diventi collettivo. Amare l’Italia, essere patrioti, significa unirsi nel dramma del sacrificio, difendere l’Italia perché é solo battendoci per essa che manterremo i nostri doveri affettivi.
D’Azeglio aveva ragione, a modo suo. L’Italia, seppure non sia che un lembo di terra sul Mappamondo, tiene unite persone che, avendo una lingua diversa (i dialetti, ma anche le lingue dei nuovi italiani, gli immigrati), hanno anche una cultura diversa: é questo che ci deve far sentire onorati.
Così, se dovessi descrivere cosa vuol dire essere italiani, citerei, ad esempio, la mia famiglia.
Mia mamma viene da Rodolo, un piccolissimo paese di montagna in provincia di Sondrio: polenta proponibile ad ogni pasto, pochi mesi d’estate, Heide, le caprette e l’attitudine a lavorare tanto e a parlare poco. Mio papà, invece, viene da Cortale, un comune dell’entroterra catanzarese: una spruzzata di peperoncino, qualche passo di tarantella e interminabili pranzi conviviali durante le feste. Mamma é razionalità e papà é passione, ma, per rispondere alla domanda canonica tu vuoi più bene alla mamma o al papà?, non posso che dire entrambi, perché uniti si completano. Quindi, la mia famiglia é tricolore: il bianco della neve sull’Adamello, il verde del basilico profumato sul davanzale a casa della nonna paterna… la tovaglia rossa della festa che unisce attorno a un tavolo una famiglia ben amalgamata. L’Italia, per me, é questo e ne vado fiera. Perciò, non importa di che sesso, razza, squadra, partito, religione o ceto siate: buon 17 marzo a tutti, di cuore!

Bandiera italiana

Costituzione italiana – Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Ci sono simboli che rappresentano non solo lo Stato, ma rappresentano l’identità della civiltà del nostro paese e uno di questi è sicuramente il tricolore. Non ho idea quando è diventata una moda darlo quasi per scontato tanto da riesumarlo solo per becere occasioni legate per lo più agli eventi sportivi. Forse la maggior parte dei rappresentanti delle nostre istituzioni nelle ultime decadi non sono state all’altezza delle loro cariche e purtroppo il popolo ha iniziato a considerare negativamente non tanto queste genti ma i simboli dello Stato che rappresentano.

CANTO XXX – Purgatorio

Così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

Dante Alighieri

 

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