“Lady Godiva” – John Maler Collier

8 Marzo: festa delle donne? No. Oggi è il giorno in cui sono ritornata a scrivere per il Cittadino Imperfetto. Raccontare che fine avessi fatto, sarebbe lungo e poco pertinente. Quello che voglio dire io oggi con il dipinto che vi propongo  è questo: ma non ce l’avete un’altra cosa utile da fare, voi che andate alla Sagra degli Uomini Unti stasera? La chiudo qui, sia chiaro. Ma per me essere una donna è altro. E non ho bisogno di una festicciola per dimostrarlo, così come fece questa donna rappresentata da John Collier. C’è una canzone dei Queen del 1981 , “Don’t Stop me now”, che dice “I’m a racing car passing by like Lady Godiva”... 
Immagine
ca.1898, 142,2 x 183 cm, olio su tela, Herbert Art Gallery (Coventry)

Verità o leggenda? Questo non si sa perché, ai tempi, non c’erano la Venier e la D’Urso a fare interviste. Si narra che a Coventry, in un’Inghilterra medievale di cavalieri e monasteri, vivevano il conte Leofrico e la sua bellissima moglie Godiva. La contessa di Coventry era già ricca prima del matrimonio (forse, perché era rimasta vedova) e la sua bellezza era profetizzata dal suo nome, Godiva, la latinizzazione di Godifu (God gift), ossia Dono di Dio. La storia, tra leggenda e presunti falsi storici, infatti, la descrive come una benefattrice e l’episodio dipinto da Collier ne sarebbe una prova.

La situazione non ci dovrebbe sembrare così incomprensibile. Il Conte di Coventry si era inventato un nuovo salatissimo tributo da far pagare ai sudditi già in ginocchio, allora, la  sua signora, intestarditasi, gli disse “Facciamo una scommessa: se io vado in giro nuda per  la città come Sara Tommasi, tu ti scordi di questa nuova tassa”. Lui, sicurissimo che sua moglie avesse conservato un minimo di moralità, la sfidò e, così, dovette pure inventarsi una legge che vietava alla popolazione di stare in strada o di guardare dalla finestra mentre la sua mentre la sua cara e dolce Godiva si faceva una passeggiata a cavallo come mamma l’aveva fatta.  Si dice che l’unico che trasgredì al divieto fu un certo Peeping Tom che, tra l’altro, rimase abbagliato da cotanta bellezza e diventò cieco. Da qui la tiritera secondo la quale i turpi hanno bisogno di un bravo oculista. Lady Godiva, infine, è anche protettrice degli Ingegneri, ma le ragioni sono ancora ignote. Lascio a voi il compito dell’ardua sentenza.

La tavolozza del dipinto è molto semplice e schematica. Abbiamo in primo piano un cavallo vestito di un rosso che rimanda alla festa, ma anche a una parata, qualcosa di nobile e istituzionale. Sullo sfondo, invece, una realistica città non grigia, ma color mattone, della quale percepiamo le torri dei palazzi in lontananza, come se Lady Godiva camminasse tra le strade abbandonate come la Lucy di W. Wordsworth  Eppure, quello che stranisce ancora oggi di questo quadro è la sensuale, ma anche composta, nudità della protagonista, come scrisse un’altro decadente, i G. D’Annunzio, “immensa appare, immensa nudità”. Forse, dicono gli storici, Godiva non era davvero nuda nella leggenda: poteva essere spoglia dei suoi gioielli, oppure munita solo della trasparente veste dei penitenti (assomigliava a degli slip, più o meno). Eppure, la pelle eburnea di questa giovane donna già sicura di sé, appare  da “fairy”, da fata dei boschi, e anche sacra, come quella di una vestale, ma, comunque, anche semplice e concreta, appunto ardente e selvaggia come l’Estate descritta da Gabriele D’Annunzio. E noi, come osservatori, siamo tutti dei Peeping Tom, dei guardoni, che, come lui, siamo solo dei poveri sarti che impieghiamo le nostre giornate a nascondere di stoffa ciò che è palese, puro e meraviglioso.

Il nostro pittore proveniva da una famiglia di successo, di cui tanti membri erano funzionari di Stato, ed ebbe un doppio matrimonio: una volta morta la prima moglie, Mady, sposò Ethel, sua sorella. Suo suocero era il famoso biologo Thomas Huxley, teorizzatore dell’Agnosticismo che John Collier fece proprio con l’idea che la nostra non è religione, ma solo superstizione, perché, se il Dio che osanniamo è capace di condannare l’uomo turpe alla tortura eterna, allora è lui quello crudele. Purtroppo, come pittore, fece meno fortuna degli altri  colleghi del suo tempo, probabilmente perché più sintetico e, paradossalmente, più fresco.

John Maler Collier, in senso lato, può essere annoverato tra i membri della Confraternita dei Preraffaelliti, nata in contemporanea con il decadentismo di Oscar Wilde in letteratura. Dirsi confratelli voleva dire conferire a un semplice gruppo di artisti le accezioni misteriche di una setta; invocare “San” Raffaello serviva per essere critici ed agnostici davanti a tutti quei pittori, troppo accademici, conformi a regole standardizzate, che non imitavano più la stessa freschezza dei dipinti rinascimentali in stile raffaelliano. Dietro alla loro poetica vi era un messaggio sociale preciso che fu anche un preambolo al Romanticismo, specie quello dei Nazareni tedeschi con il loro patriottismo quasi religioso. Siamo nell’Età vittoriana: donne potenti bardate fino al collo con peccaminose chiome rosse  (in realtà, fu la Chiesa cattolica ad attribuire la cattiveria a chi era “rosso di capelli”, come ci ricorda G. Verga : nell’Inghilterra protestante era facile trovare questo genotipo tra la popolazione), il duro lavoro che porta il progresso ad una patria gloriosa. Così, anche temi religiosi come l’Annunciazione rimandano ad una buona novella, la rievocazione del Medioevo alla rettitudine ed ai valori e gli eroi tragici di W. Shakespeare. Non furono ben visti da tutti i critici, specie lo scrittore Charles Dickens, ma grazie alle due appassionate elegie di John Ruskin raggiunsero l’apice del successo nel 1851.

Quindi, la nostra storia gotica e fiabesca dipinta vuole essere una preghiera di un uomo moderno – e, in questo, molto preraffaellita  che spera che, un giorno, possa essere la verità nuda e cruda a regnare sul Mondo.

I met a lady in the meads,
Full beautiful, a fairy’s child;
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.

“La Belle Dame sans Merci” – J. Keats

“Madonna con il Bambino” – Federico Barrocci

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te”
Ed io pensavo : Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti. (U.Saba)

Difficile spiegare chi sia Federico Barrocci (Urbino 1535 -1612) senza dare qualche coordinata sul Manierismo. Manierismo è una parolaccia coniata dall’esperto d’arte G. Vasari in un’epoca di crisi, non tanto diversa da quella in cui ci troviamo noi adesso in Italia. Il prof. Vasari sentenziò la morte dell’arte dopo il sublime operato di Michelangelo, Donatello e Leonardo Da Vinci. Gli artisti che provarono a calarsi nel loro mestiere dopo di loro non avrebbero più preso a modello la natura, bensì l’arte del terzetto che avrebbe dato il nome anche alle Tartarughe Ninja. E’ inutile dire che pochi di questi Manieristi, chiamati così perché dipingevano alla maniera degli artisti rinascimentali sopracitati, sfondarono poiché, ovviamente, la differenza tra reinterpretazione e mera copia è davvero sottile.  Perciò, non dobbiamo stupirci nel sentire alcuni critici affermare che questo movimento artistico non sia mai esistito e si spera che artisti di quest’epoca del calibro del Parmigianino non sguinzaglino infervorate Madonne del Collo Lungo contro questi artistici negazionisti. Per chi crede nell’esistenza di Babbo Natale, il Barroccio è uno dei manieristi che si distinsero dalla massa di copioni.

Il nostro Federico Barroccio, di origini lombarde come il Caravaggio, trascorse la sua vita ad Urbino, una città in decadenza, lontano da Roma, dalle caste e dalle commissioni vaticane che erano già corrotte nel ‘500, comunque nell’agio di una carriera per certi versi élitaria, ma soprattutto molto vicina ai suoi ideali di modestia e umiltà d’animo (le sue commissioni arrivavano dagli ordini monastici dei Cappuccini e dei Francescani). Non ci si deve stupire, infatti, che fu uno dei primi sostenitori della Controriforma, polemica vivissima contro la lascivia della corte papale, e seguace della scuola di San Filippo Neri che, piuttosto, trovava il Regno dello Spirito nelle case della povera gente. L’artista, di suo, voleva vedere una Chiesa meno lussuosa e più palpabile, più di uomini tra gli uomini. Porto ad esempio una sua tela famosa, l’Annunciazione, dove Elisabetta e Maria non appaiono solenni, ma delle confidenti, delle vecchie amiche.

1610, matita e acquarello, 42x30cm, collezione privata

La delicata scena di maternità, visibilmente ispirata da Raffaello, risulta dal cammino di vita di un ritrattista sensibile profondamente segnato da una malattia di cuore che lo costringeva a fare il pittore part-time. In un triangolo sacro viene inserito un presepe anacronistico che non ha per niente il rigore e la stasi della santità. C’è una Maria che non è una Madonna, ma solo una mamma scalza; Giuseppe non c’è: potrebbe essere l’uomo accennato fuori dalla stanza. Si ricorda che ai tempi del Barroccio gli uomini non erano ammessi nel sacro e misterioso antro del gineceo. Gesù Bambino è bello e sano come qualsiasi bambino si meriterebbe di essere alla nascita. La definirei una scena intima, un ritaglio dal mondo tra mamma e figlio. Continua a leggere

“La Grande Odalisca” – Jean Auguste Dominique Ingres

Jean Auguste Dominique Ingres (Montauban, 1780 – Parigi, 1867) , uno sbarbatello vagamente belloccio, quasi una brutta copia di Luca Argentero, fu uno dei più onorati e famosi pittori francesi. La sua fama é dovuta al suo talento come ritrattista di personaggi a lui contemporanei (come Napoleone Bonaparte) e ai suoi nudi femminili orientaleggianti.

Arbitrariamente, viene collocato tra i Neoclassici, ma si può dire che Ingres, per l’epoca in cui visse e dipinse, costuisca un approccio all’arte totalmente originale . Allievo di J. L. David, il Neoclassicismo in persona, dal quale erediterà soltanto l’equilibrio delle composizioni di forme idealizzate, soggiornò per lungo tempo a Roma dove studiò a fondo il Rinascimento, specialmente quello di Raffaello. Polemizzava sugli ideali romantici ed è forse per questo motivo che, sfogliando un libro d’arte, lo si trova nel capitolo del Neoclassicismo. Tuttavia, anche se l’artista riuscì a fondere l’ispirazione storica dei Neoclassici alla passione rivoluzionaria dei Romantici, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, non aveva né interessi politici, né interessi ideologici poiché era interessato all’arte solo come disciplina fine a sé stessa. Questo, però, non ci deve indurre a pensare che il pittore fosse una persona frivola, una sorta di esteta alla Dorian Grey.

Infatti, ciò che lo distinse dagli altri artisti dei primi dell’Ottocento, fu il suo modo d’intendere l’arte. Secondo lui, ciò che era veramente  importante in un’opera non era “chi”, cioè il soggetto, ma il “come”, cioè la forma. Questo voleva dire che non bisognava dipingere la psicologia, o meglio, il dramma dei personaggi (basti pensare che il best seller di suoi tempi era “I Promessi Sposi” di A. Manzoni), ma definire la loro oggettività, ciò che si può percepire tramite i quattro sensi. Soprattutto, Ingres enfatizzò il valore della superficie delle cose, cioé la forma che gli oggetti hanno al tatto. Per la prima volta nel corso della storia dell’arte, la forma non fu più un archetipo, un’idea eterna e già data, ma il risultato di uno studio, qualcosa di mai uguale ed esperibile dal pittore che da sensitivo divenne un fotografo. Quindi, stando all’idea dell’artista, non esiste nessuna filosofia estetica, in quanto ogni oggetto ha una sua estetica diversa, essendo l’oggetto solo una forma e non la spiegazione di un concetto. Così, il Bello diventa tutto ciò che si può vedere e un’opera si distingue dall’altra a seconda dalla prospettiva da cui si osserva l’oggetto di studio. Per questo, furono artisti impressionisti come E. Manet ad ispirarsi a lui in quanto dipingevano le mutevoli visioni di un attimo che non ritornerà mai più.

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“Grande Odalisque”, 1814, olio su tela, 162×91, Musée du Louvre (Parigi)

La Grande Odalisca era stata commissionata ad Ingres da Caroline Murat, sorella di Napoleone e moglie del re di Napoli Gioacchino Murat e pensata in coppia con un altro nudo che però andò perso durante i moti del 1848. Questo “sogno orientale”, realizzato durante il soggiorno romano dell’artista, è uno dei primi dipinti che nascono come rifiuto alla rappresentazione dei “soldatini” di Napoleone e, soprattutto, è il primo nudo non mitologico della storia dell’arte (di solito, era Venere ad essere rappresentata senza veli). Continua a leggere

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