Lionello Balestrieri “L’addio”

Dalla finestra del mio ufficio si vedono solo terrazzi, tetti e il verde finto di alcune piante nella corte che divide palazzine che dovrebbero essere diverse, ma che, alla fine, sono tutte uguali. Afa e grigiume: non si direbbe, ma abito in Valtellina.E’ proprio in giorni come questi, giorni sbiaditi, che mi girano in testa le canzoni dei fratelli Gallagher, meglio conosciuti come Oasis. Ce n’era una che faceva più o meno così  “A Cold and frosty morning there’s not a lot to say – About the things caught in my mind – As the day was dawning my plane flew away – So don’t go away say what you say – But say that you’ll stay”…. A volte non si può far altro che le cose e i sentimenti perdano colore, lasciarle andare via una persona è un po’ così: continuare ad amarla nascosti dietro muri di cemento mentre lei/lui si vive la sua vita alle Bahamas.

Lionello Balestrieri (Cetona-SI 1972 + Siena 1958) nacque da una famiglia piuttosto povera che non ebbe i mezzi per mantenere i suoi studi artistici, tant’è che le sue frequentazioni all’Accademia delle Belle Arti di Napoli furono davvero sporadiche. Appena ventenne emigra in Francia, con una valigia di sogni e di speranze. Qui diventa un illustratore in gran parte ispirato dalla musica del suo “amico” e convivente, il violinista italiano Giuseppe Vannicola. Attorno all’anno 1900, riuscì ad accattivarsi la simpatia del Salon de Paris e, così, diventò un pittore a tutti gli effetti. I temi che sviluppò furono tipicamente romantici, tratti dalla vita di bohème (le belle donne, il sentimento, ma anche la smania di libertà e d’indipendenza), resi unici dal fatto che l’autore era particolarmente abile a trasporre la musica, e l’amore per il Vannicola, in pittura. Nel 1910 si avvicinerà alla tecnica dell’acquatinta, un’incisione indiretta sul metallo tramite la quale, al contrario dell’acquaforte, rimane graffiato il “vuoto” e non il disegno.

Lionello Balestrieri - “L’Addio” – 1910 – acquatinta - Scuderie del Castello Visconteo, Pavia

In questo quadro i soggetti non sono tanto il treno in partenza o i due amorosi che si lasciano, ma l’universalità del saluto. Questo soggetto era già stato utilizzato da molti altri romantici, per citarne il più famoso, “Il Bacio” di Francesco Hayez. Tuttavia, in questo dipinto, non ci troviamo davanti a un soldato che sta partendo per la Guerra e alla sua bella in lacrime che gli promette fedeltà, bensì a una lei che parte e a un lui che si prende il ben servito. E chissà dove sta andando? Chissà perché sta partendo? Il teatro della nostra scena è una stazione ferroviaria probabilmente della Ville Lumière dato che l’artista ci viveva al momento della sua realizzazione di notte e, dato l’abbigliamento, d’inverno. La triade di elementi non suggerisce di certo di trovarsi davanti a una composizione allegra e festosa. Continua a leggere

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