Gli studiosi affermano che si è felici solo dopo i 46 anni…

Ricordo che tempo addietro lessi un trafiletto che lì per lì non mi disse poi molto, ma che giusto oggi mi è tornato in mente. Si trattava di uno di quegli articoli di curiosità che penso bene i redattori comandano come riempitivi, da pubblicare alla bisogna, in mancanza di vere notizie.

In pratica l’articolo citava una serie di studi che sembrerebbero indicare che il benessere emotivo è una curva a U. Si parte bene, da giovani, ma si scende precipitosamente in fretta. Poi si comincia a risalire, fino ad arrivare a una stabilità molto somigliante alla serenità.

E quando avverrebbe quest’inversione? Secondo gli esperti a quanto pare mediamente a 46 anni.

«La vecchiaia non è così male, se consideriamo l’alternativa». Altro che crisi di mezza età per cui ogni uomo si butta in qualcosa di bislacco: un investimento rischioso, una giovane segretaria procace, un’automobile veloce o un nuovo asfissiante hobby, mentre alla donna al suo fianco tocca assistere, suo malgrado, allo sconcertante spettacolo.

Pare invece che a quarantasei anni si dovrebbe aver ormai imparato una lezione importante: a dare valore alle cose che contano. Un’età in cui si diventa meno ambiziosi e magari più tolleranti. E questo oltre ad essere molto saggio è una buona premessa per un’esistenza degna d’essere vissuta.


Quindi con questo auspicio e facendo i debiti scongiuri, tanti auguri a me.

È lecito essere felici anche se questo crea infelicità?

La più comune delle aspirazioni di tutti gli uomini, sancita perfino nel testo di alcune Costituzioni, è la ricerca della felicità.

Ma può tale individualistica necessità dell’uno scontrarsi con i bisogni di tutti altri. È forse l’egoismo il fondamento della felicità?

Guardando il mondo parrebbe proprio così. Oggigiorno pare felice solo colui che riesce ad accaparrare più degli altri e solitamente a scapito degli altri.

L’importante è non farsi troppe domande. Altrimenti il sistema potrebbe andare in crisi e potremmo essere costretti a dire addio alla nostra felicità.

Quando attraverso il mezzo televisivo un artista come il writer londinese Bansky si permette utilizzare la sigla iniziale di uno show not politically correct come I SIMPSON di Matt Groening in onda da vent’anni sulla FOX si grida allo scandalo. Continua a leggere

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