Preferisco essere come San Tommaso e Buona Pasqua

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L’incredulità di San Tommaso – (1600-1601) – olio su tela di 107 × 146 cm Bildergalerie Sanssouci, Potsdam – Germania


Tommaso is cool
Nella mia personale classifica degli apostoli (sì mi piace mettere ordine anche tra i santi e affini) sin da sempre il mio preferito, meritevole dell’Oscar per il migliore discepolo di Cristo forever è senza dubbio alcuno il barbuto Tommaso Didimo di Galilea, detto San Tommaso per gli amici cristiani e Patrono degli Architetti, dei Geometri, degli Agrimensori, dell’India e del Pakistan.


Al Catechismo
Mentre i compagniucci erano affascinati dai racconti dei miracoli di Gesù, dal gallo di San Pietro e da quella sagoma di San Giovanni che a me è sempre stato insopportabile perché era il cocco della Madonna, io stravedevo per Tommason.
Il tipo più umano della combriccola, che magari compare poco nei vangeli, ma che in occasione della Resurrezione si è comportato come avrei fatto io al suo posto.


Cristo è risorto!
Un discorso questo che cade a fagiolo proprio in questi giorni e che mi sono appuntato in questo post immaginandomi ‘sti tizi seduti a rimuginare sulla brutta fine del loro Maestro morto crocifisso sul Golgota, che se lo vedono riapparire sulla uscio di casa come tornato dalla villeggiatura, avvolto in un lenzuolo come se avesse appena finito una seduta di massaggi alla spa. Vabbè che erano abituati a vedere Gesù che faceva miracoli un giorno sì e pure l’altro, ma eccoli che nemmeno senza riflettere subito si mettono in ginocchio a ringraziare Dio, passando dalla più tetra prostrazione per la grave perdita, alla gioia del tutto e bene quel che finisce bene.


Il coraggio del dubbio
Solo Tommaso ha avuto il fegato di chiedere a Gesù la prova che era davvero risorto. Ci vuole coraggio per mettere in dubbio anche le cose belle che ogni tanto ti accadono. E mica per mancanza di fede, ma proprio perché il proprio credo è cosa importante: io Tommaso lo capisco. Tutti abbiamo dubbi che nascondiamo sotto lo zerbino della coscienza ben consci del confort assicurato dalla fede cieca. Avere dubbi è lavoro faticoso per cui bisogna essere portati: è cosa giusto qualche santo, un paio di geniacci e una miriade di indefessi cercatori di verità paralizzati dall’indecisione.


L’essenza della curiosità 
Esseri curiosi (almeno nel senso positivo del termine, ben lungi dall’invadenza e dal pettegolezzo) sta sopratutto nell’avere il coraggio di porre le domande scomode anche quando si sa che la propria voce sarà l’unica ad alzarsi dal coro ad infrangere l’assordante silenzio dello status quo. Stai pur certo che se la tua domanda era corretta gli altri poi ti seguiranno.


L’incredulità di San Tommaso
Nel suo dipinto del 1600 pure il Caravaggio, mentre il santo con le tempie corrucciate è intento a ravanare con il dito la ferita al costato di Cristo, fa avvicinare alla scena altri due apostoli, altrettanto curiosi, ma incapaci dell’audacia di manifestare direttamente il proprio scettiscismo.
Una ricercata disposizione geometrica delle quattro figure contro uno sfondo completamente spoglio con le teste di Cristo, del santo e delle altre due figure a creare un simbolico quadrifoglio.
Che magnifica scena! E che taglio di luce! Chapeau a Michelangelo Merisi.


Vorrei essere come…
Una volta avuta la prova, pure San Tommaso s’inginocchierà davanti a Gesù Cristo, pronto a prendersi la lavata di capo dal Maestro che gli dirà “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati coloro che non videro e tuttavia credettero!”. Ma sono sicuro che Tommaso non si è mai rammaricato per il suo dubbio, trovando in cuor suo il coraggio delle persone intelligenti di ammettere i propri sbagli e pronto a ricascarci di nuovo incredulo pure dell’Assunzione in cielo della Madonna, ma questa è tutta un’altra storia…


 

La Morte di Marat – Jaques Louis David

A me, personalmente, quelli che parlano troppo di politica non MI piacciono (e scusate il francesismo). Che ne so, mi sembrano quei bambini che, faziosi, appiccicano le figurine sull’album Panini (che nemmeno esiste più, ma sto diventando vecchia pure io – mannaggia!). Io preferisco chi fa politica e che, nonostante il colore della sua cravatta -che sia delfino, trota o pesce palla-, la faccia bene e onestamente. Politica vuol dire governare la società, menare il pascolo, fare il gregario della combriccola. We are family, si cantava. E queste sono cose dette e stradette, per questo mi scuso. Vogliate anche perdonarmi il fatto che mi metto pure io a fare comizio, ma, davvero…si sta arrivando all’ammazzacaffé qui in Italia. Dicono che presto ci sarà la Rivoluzione perchè va a finire così quando un paese cola a picco come il Titanic con l’orchestrina di turno che imperterrita continua a suonare, che appiccheranno un bel falò a Roma, ma io ho i miei dubbi visti i prezzi della benzina. Perchè poi, diciamocelo, una volta fatta la bagarre, chi ci mettiamo a capitanare la nostra bella nave? Un altro Schettino? Credetemi, io sono per la Rivoluzione, ma temo la Guerra. E non per il sangue, che le caratterizza entrambe, ma per la mancanza di piani e d’idee.

Ad esempio, mettiamo il caso che tu sia Jean Paul Marat. Sei di nazionalità francese, ti stai prodigando nel sociale per il tuo Paese che ami e per il quale tu daresti la vita. Di professione fai il rivoluzionario e, un po’ come tutti, sei sottopagato per le responsabilità che ti devi prendere, ma, come si dice, il mondo gira così. Le testate ti descrivono come l’amico del popolo, tu sei pure un po’ timido e fai il modesto. Eppure, questa è Storia, tu sei uno dei rappresentanti di quel radicalismo rivoluzionario che ha portato i Montagnardi (repubblicani radicali) ad avere la meglio sui Girondini (repubblicani federalisti), così a soldoni. Ma tu non ti monti tanto la testa e, ogni sera, come ti ha raccomandato il medico per curare la tua dermatite, ti immergi nella tua vasca e ti rilassi. Vai tu a sapere che quella biondina del tuo partito opposto, la Carlotta, che ti ha chiesto la grazia, che ti ha pure inviato una lettera profumata di acqua di rose, in realtà ti sta tendendo un tranello e ti sta pure pugnalando! E’ il 13 Luglio 1793 e la tua morte sta per essere considerata un attentato contro la nuova Costituzione.

"Marat assassiné" - 1793 - olio su tela 165x125cm- Musée Royaux des Beaux Arts (Bruxelles)

Jaques Louis David (Parigi, 1748 – Bruxelles, 1825) , in questa istantanea  dipinge un cordoglio che va oltre al voler far politica perché lui conosceva personalmente Marat, come testimonia l’iscrizione sul comodino, quasi una dedica. Il dipinto, che ci colpisce per la sua essenzialità, come quando si dipinge un Cristo che muore per espiare i peccati dell’Umanità, ospita un corpo agonizzante in primissimo piano che si stacca con violenza da un fondo volutamente scuro in verde-marrone. La testa, avvolta in un turbante, pende a lato. La mano destra è ancora pronta a scrivere, mentre quella sinistra giace immobile su un drappo verde. Siamo sulla scena del crimine: il sangue ha sporcato sia il panno bianco nella vasca, sia l’arma, il pugnale che è stato abbandonato per terra. Sono questi i colori che spiccano: il rosso sangue, il bianco puro e il verde  del veleno (che è anche il colore dei valori puri, della perseveranza).

L’appartenenza del David alla scuola del Winkelman, quella neoclassica, è qui più che palese. Nelle sue pennellate accademiche, l’artista ci pone davanti ad un uomo che, come gli eroi greci, sorride davanti alla morte: è sereno, non spaventato. Tra l’altro, reduce dai suoi viaggi in Italia, fa un tributo a Caravaggio rappresentando con crudezza la realtà di un Marat speculare al suo Cristo nella “Deposizione“. Con questa tecnica laconica, l’artista politicamente coinvolto, vuole procedere a santificare laicamente un rivoluzionario, un martire della libertà e, non a caso, ispirò artisti come C. Baudelaire, Stendhal, E. Munch o P. Picasso.

Nel corso della storia dell’Arte, ci si è spesso chiesti se l’arte potesse essere anche manifesto politico o dovesse limitarsi alla più frivola materia estetica: J.L. David, specie dopo la Rivoluzione del 1789, scelse di essere coerente con il suo impegno sociale preso con i Giacobini (ancora più radicali dei montagnardi: in pratica, sostenevano – assieme a Robespierre- che chi non voleva la libertà doveva essere ucciso, con i quali anche il re). In questo quadro, utilizza la sua neoclassicità, la stessa con cui ci aveva raccontato di Napoleone o delle vicende vere o mitiche dell’antichità, per elevare un avvenimento contemporaneo a Storia. In questo modo, mescola la rappresentazione naturalistica di un fatto (ad esempio il sangue, ma anche la lettera e la dermatite) con l’idealizzazione (il rendere più che reale, mitico) propria della pittura a tema storico: la luce che illumina in diagonale illumina il comodino di legno (che pare una lapide con corollario di epitaffio) e il corpo nudo, allegoria di un Cristo morto per il suo Paese. Il primo titolo pensato dall’autore, infatti, era “Marat à son dernier soupir“: solennità, verità, rammarico, sono queste le caratteristiche di un quadro che fa politica. Quanti di noi hanno imparato ad andare in bicicletta senza sbucciarsi le ginocchia?

“Cittadini, vorreste una rivoluzione senza rivoluzione?” –  Maximilien de Robespierre.

“Madonna con il Bambino” – Federico Barrocci

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te”
Ed io pensavo : Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti. (U.Saba)

Difficile spiegare chi sia Federico Barrocci (Urbino 1535 -1612) senza dare qualche coordinata sul Manierismo. Manierismo è una parolaccia coniata dall’esperto d’arte G. Vasari in un’epoca di crisi, non tanto diversa da quella in cui ci troviamo noi adesso in Italia. Il prof. Vasari sentenziò la morte dell’arte dopo il sublime operato di Michelangelo, Donatello e Leonardo Da Vinci. Gli artisti che provarono a calarsi nel loro mestiere dopo di loro non avrebbero più preso a modello la natura, bensì l’arte del terzetto che avrebbe dato il nome anche alle Tartarughe Ninja. E’ inutile dire che pochi di questi Manieristi, chiamati così perché dipingevano alla maniera degli artisti rinascimentali sopracitati, sfondarono poiché, ovviamente, la differenza tra reinterpretazione e mera copia è davvero sottile.  Perciò, non dobbiamo stupirci nel sentire alcuni critici affermare che questo movimento artistico non sia mai esistito e si spera che artisti di quest’epoca del calibro del Parmigianino non sguinzaglino infervorate Madonne del Collo Lungo contro questi artistici negazionisti. Per chi crede nell’esistenza di Babbo Natale, il Barroccio è uno dei manieristi che si distinsero dalla massa di copioni.

Il nostro Federico Barroccio, di origini lombarde come il Caravaggio, trascorse la sua vita ad Urbino, una città in decadenza, lontano da Roma, dalle caste e dalle commissioni vaticane che erano già corrotte nel ‘500, comunque nell’agio di una carriera per certi versi élitaria, ma soprattutto molto vicina ai suoi ideali di modestia e umiltà d’animo (le sue commissioni arrivavano dagli ordini monastici dei Cappuccini e dei Francescani). Non ci si deve stupire, infatti, che fu uno dei primi sostenitori della Controriforma, polemica vivissima contro la lascivia della corte papale, e seguace della scuola di San Filippo Neri che, piuttosto, trovava il Regno dello Spirito nelle case della povera gente. L’artista, di suo, voleva vedere una Chiesa meno lussuosa e più palpabile, più di uomini tra gli uomini. Porto ad esempio una sua tela famosa, l’Annunciazione, dove Elisabetta e Maria non appaiono solenni, ma delle confidenti, delle vecchie amiche.

1610, matita e acquarello, 42x30cm, collezione privata

La delicata scena di maternità, visibilmente ispirata da Raffaello, risulta dal cammino di vita di un ritrattista sensibile profondamente segnato da una malattia di cuore che lo costringeva a fare il pittore part-time. In un triangolo sacro viene inserito un presepe anacronistico che non ha per niente il rigore e la stasi della santità. C’è una Maria che non è una Madonna, ma solo una mamma scalza; Giuseppe non c’è: potrebbe essere l’uomo accennato fuori dalla stanza. Si ricorda che ai tempi del Barroccio gli uomini non erano ammessi nel sacro e misterioso antro del gineceo. Gesù Bambino è bello e sano come qualsiasi bambino si meriterebbe di essere alla nascita. La definirei una scena intima, un ritaglio dal mondo tra mamma e figlio. Continua a leggere

“Narciso” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

Autoritratto

Pare che, questo giro, a dispetto delle recenti voci di corridoio, l’Italia abbia fatto centro. Nella Cuba del Rum, dei sigari e della Rumba ha spopolato, il Made in Italy grazie a una non proprio famosa tela del Caravaggio.

Come dimenticare Caravaggio, il caro uomo baffuto che ci sorrideva sulle 100mila Lire che la nonna ci regalava al compleanno?! Già, proprio lui. Quell’uomo che nulla si fece mancare nella sua breve vita. Bunga Bunga Party con donne a pagamento, bisbocce e liti che non finivano a tarallucci e vino, molte querele, una manciata di scomuniche e una corta carriera a Malta tra i Confratelli dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme che ce lo rispedirono ben presto in Italia definendolo empio e fetido. Caravaggio era peggio che un ateo e non si mise mai nelle mani di nessuna religione, eccetto a quella del Maledettesimo e, devoto solo all’arte, pensava che senza l’energia non esisterebbe neanche il colore, la forma, e quindi la vita. Ciò nonostante, è merito della sua fama universale che abbiamo potuto lasciare L’Havana – con figlia del Che e fratello di Fidel Castro annessi – a bocca aperta.

La tela, per così dire, incriminata, è “Narciso” (1597-99, olio su tela, 112x97cm, Palazzo Barberini – Roma). Continua a leggere

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