OId On Air: «I Think We’re Alone Now» di Tiffany, ovvero correva l’anno 1987…

Chi afferma che i viaggi del tempo sono fisicamente impossibili non è vecchio abbastanza. Chi ha superato (anche se di poco, eh eh!) gli anta, sa benissimo che per viaggiare indietro nel tempo è sufficiente chiudere gli occhi, tutt’altra cosa sono invece i viaggi avanti nel futuro, che magari si è già visto abbastanza per farsi venire abbastanza voglia di sapere quello che ci sarà dopo.
E così mentre stai guardando una nuova serie tv ti può capitare di ascoltare una canzone che ti costringe a socchiudere gli occhi e che in un istante ti rispedisce indietro di trentanni.

Correva l’anno 1987 e il mondo girava un po’ più lentamente di come è abituato adesso (anche se gli scienziati mi contesteranno che in realtà è oggi che si viaggia un millisecondo più piano di qualche decina d’anni fa), che non c’era tutta questa mania di connessione: per tenersi informati sui fatti del mondo si era costretti a guardare la mezzobusto Ferrario al telegiornale e per far sapere alla più bella della classe che ti piaceva, dovevi scriverglielo sul suo diario, altro che social.
E io confuso adolescente in prima liceo ero più interessato al debutto de I Simpson alla televisione americana (coevo e ugualmente longevo di Beautiful quindi), che alle lezioni di algebra e di stenografia: i risultati negativi sarebbero comparsi in rosso fuoco sui quadri di fine quadrimestre.
Era un periodo di crisi per tutti, l’economia un vero disastro come ebbero ad accorgersene gli ‘Yuppies’ in quel nefasto ottobre travolti dalla borsa che perse in solo un giorno di contrattazioni più del 20%. Un mondo piuttosto in affanno e scosso dagli ultimi tremiti di una Guerra Fredda che da lì a poco sarebbe passata di moda insieme al comunismo, ai paninari e al muro di Berlino.
Magari eravamo già agli sgoccioli, ma c’era ancora tanto ottimismo e si poteva ancora scorgere negli occhi dei genitori la speranza per i loro figli di un futuro migliore.
E dall’America arrivavano alla radio le canzoni che come succede anche oggi, davano il ritmo al resto del mondo. Come questo successo del 1967 di “Tommy James and the Shondells” che la cantante Tiffany ripropose con successo nel suo album d’esordio in quell’ultimo scorcio dei favolosi anni ’80.

Tiffany – I Think We’re Alone Now

Children behave,
that’s what they say when we’re together
And watch how you play
They don’t understand
And so we’re
Running just as fast as we can,
holding on to one another hands
Trying to get away into the night
and then you put your arms around me
And we tumble to the ground and then you say
I think we’re alone now,
There doesn’t seem to be anyone around
I think we’re alone now,
The beating of our hearts is the only sound


Old on Air: “I sette fratelli Cervi” – Marco Paolini & Mercanti di Liquore

Oggi 25 luglio nel lontano 1943 veniva arrestato Mussolini, la storia c’insegna che quel giorno fu solo una temporanea illusione della fine del regime fascista e della guerra. Seguiranno i mesi delle peggiori sofferenze per il popolo italiano, ma in quelle ore si festeggiò in tutta Italia la destituzione del Duce. Nell’apprendere la notizia papà Cervi (padre dei sette fratelli partigiani fucilati dai fascisti) invitò tutto il paese e offrì un piatto di pasta. Era nata la pastasciutta antifascista che ancora oggi viene organizzata in molte città (link istitutocervi.it).

I fratelli Cervi erano una famiglia estremamente numerosa, proprietaria di una grande masseria. Erano stati tra i principali innovatori nelle tecniche agricole condividendo le loro tecniche di produzione con i vicini. Per queste loro competenze avevano grano, e pasta… ma, in generale, l’Emilia era una ragione in cui anche la guerra portò meno fame, tanto è vero che il Pci – tra il 1946 e il 1953 – mandò centinaia di bambini denutriti dalle famiglie emiliane, che diedero da mangiare e salvarono centinaia di vite.

I sette fratelli Cervi, ossia Gelindo (nato il 7 agosto 1901); Antenore (1906); Aldo (15 febbraio 1909); Ferdinando (1911); Agostino (11 gennaio 1916); Ovidio (13 marzo 1918) ed Ettore (2 giugno 1921), erano i figli di Alcide Cervi (1875-1970) e di Genoeffa Cocconi(1876-1944) e appartenevano a una famiglia di contadini con radicati sentimenti antifascisti. Dotati di forti convincimenti democratici, presero attivamente parte alla Resistenza e presi prigionieri, furono torturati e poi fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.

Amaro Comune

Questo è il mio paese da sempre, ci sono praticamente nato e cresciuto.

Con il tempo è cambiato, si è ingrandito, ha accolto forestieri e altri se ne sono andati, sono stati costruiti nuovi edifici e altri sono stati impietosamente abbattuti. E’ un paese tipico della zona, come tipici sono i suoi abitanti che diverso tempo fa erano costretti ad emigrare all’estero in cerca di fortuna, che non tanto tempo fa rifiutavano di affittare le case ai cafoni meridionali e che adesso ce l’hanno con chi scappa dalla fame e dalla guerra perché le risicate risorse del territorio devono essere destinate prima a chi è di qui. Insomma da noi la memoria ha le gambe cortissime e va in giro vantandosi delle sue improbabili bugie.

Da fuori non sembra, ma questo è un paese arrabbiato.
Le persone, la domenica dopo la messa, con ancora il sapore dell’ostia in bocca e il mormorio della predica del prevosto negli orecchi, sono solite fermarsi sul bel sagrato lastricato di vecchie pietre grigie per scambiarsi un saluto guardandosi in cagnesco.
E’ un paese di invidiosi.
I vecchi invidiano i visi speranzosi dei giovani e i loro occhi spalancati sull’incerto futuro. I giovani invidiano i soldi dei vecchi che si godono la pensione biascicando sentenze. Chi possiede qualcosina di più si trova ad invidiare la greve spensieratezza dei meno abbienti. Chi ha di meno invidia le inutili cianfrusaglie ostentate dai ricchi. I bambini invidiano i grandi che ai loro occhi possono fare e dire tutto quello che vogliono senza chiedere il permesso a nessuno. Gli adulti invidiano l’infanzia dei giochi e la guerra per finta dei loro pargoli.
Se qualcuno ha per caso fatto cadere una moneta nel sacchetto dell’elemosina lo ha fatto più per cercare di ripulirsi la coscienza che come atto di misericordia. Almeno chi non va a sentir messa ha l’alibi di non credere nemmeno di possedere un’anima da rimettere.

Chi vuole pregare può sfogarsi Continua a leggere

Old on Air: “Quanto sei antipatico”

L’unico pregio di cui mi posso vantare è l’antipatia. Si ho scritto bene, anch’io ho un dono, una qualità di cui vantarmi con gli amici.

Mica è facile come si potrebbe pensare. Pensa te, ci sono giorni che sono completamente svogliato e pigro. Faccio finta di non capire, fingo sorrisetti di circostanza e annuisco sempre, perché essere d’accordo è molto molto più facile che esternare il proprio dissenso. Poi la sera mi guardo allo specchio, mi odio e mi sto antipatico.

Non è che sono stronzo. A mio parere gli antipatici si differenziano totalmente dagli stronzi. Io almeno non penso di essere anche stronzo, sono solo antipatico.

Si perché gli stronzi sono esseri infimi a cui non piace la franchezza. Sono quelli che parlano male degli altri solo per mettere zizzania e ne ricavano piacere. Io no. A me viene naturale essere bastian contrario, magari me ne rendo anche conto di stare sulle palle agli altri, ma non resisto, è nella mia natura e anche a costo di soffrirne mi viene spontaneo esternare al mondo quell’atteggiamento di supponenza e arroganza che mi rende per l’appunto antipatico a prescindere.

L’antipatia che proviamo per gli altri, si dice nasca da Continua a leggere

Old On Air: “ANCORA QUI” – Elisa

Oggi ho fatto un viaggio indietro nel tempo.

Diciamo un saltello, che la mia Time Machine è di terza mano (sul libretto di circolazione si legge a mala pena, scritto in puro inglese vittoriano che il primo proprietario è stato tale Herbert George Wells, boh!?!) e del trabicolo non mi fido che non ha ancora passato la revisione e il meccanico continua a ripetermi che ci sarebbero spese importanti da farci sopra. 

All’inizio ero titubante, non è che ti metti in viaggio così in quattro e quattr’otto, almeno non io. Ci ho riflettuto per benino, cambiando idea un milione di volte, ma poi mi sono detto che non c’era niente di male e che in periodo di ferie una gita se la meritano tutti, anche quelli come me.

Che dire. E’ stato un viaggetto interessante, di quelli da affrontare ben attrezzati e pure muniti di vanga, strumento indispensabile onde evitare di lasciarsi sfuggire qualche recondita sensazione ritenuta morta e sepolta nel passato sotto almeno mezzo metro di ombre e fuliggine anche se il tempo si dice sia galantuomo e magari un po’ mentitore, nel senso che il suo lavoro sulle storie è sia far risaltare gli angoli più belli, ma pure eclissarne quelli più avversi.

Sono rimasto meravigliato da quanto mi fosse facile riconoscere luoghi, persone e cose che pensavo di aver riposto nel dimenticatoio. Suoni, nomi, voci, visi, forme e odori erano ancora tutti lì, freschi dopo anni come se non fosse passato che un giorno soltanto. Insomma è stato un bel viaggio, di quelli che mi spiacerebbe non essere riuscito ad immortalare tra i miei selfie mentali.

Mentre parcheggiavo la Time Machine in garage, alla radio davano questa canzone… poi… ho spento lo stereo e mi sono messo a pensare al futuro.

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CLASSIC ON AIR: “Inno” – Mia Martini

Sole no! Non puoi più mandarci via
Rosso stai salendo sempre più
Lui sta dormendo il mare sa quanto amore
Mi ha dato e mi darà rubando il viso di una sera.

da “Inno”, uno dei più grandi hit di Mia Martini, scritto da Piccoli-Baldan Bembo, e tratto dall’album “E’ proprio come vivere” del 1974.


Oggi il sole si è finalmente fatto vedere per qualche ora.
Per farsi perdonare s’è messo d’impegno ad asciugare le pozzanghere della pioggia di ieri notte. C’è così tanta luce in casa che le robe sembrano più belle. Anche se sono perfettamente consapevole che si tratta solo di un effetto ottico, faccio finta di crederci sperando di stare un po’ meglio pure io.
La mia vita va avanti a furia di continui piccoli atti di fede, anche se cerco, per quanto possibile, di mantenere un certo curioso scetticismo da cui traggo l’energia necessaria al prossimo respiro.
Dalla finestra lasciata socchiusa alita il vento che gioca con le tende. L’aria è stranamente gelida per la stagione. Il freddo mi mette i brividi, ma non è niente di che e se non voglio non riuscirà certo a rovinare l’atmosfera.
Mi siedo e sfoglio una vecchia rivista sgualcita. Nelle foto patinate è ritratta in posa gente elegante e sorridente che forse dovrei conoscere. Persone posticce che s’atteggiano sul falso piedistallo cercando di farmi invidiare il loro profilo migliore palesemente ritoccato: beata gioventù che si fugge tutta via. Poiché le regole del gioco m’impongono di fingere di credere che posseggano un qualche talento, non li voglio deludere con uno sbadiglio, quindi appoggio con cura il rotocalco sul tavolino e passo oltre.
Intanto in cucina l’acqua sobbolle rumorosamente sul fornello acceso e mi richiama all’ordine. Non ho molta fame e la ignoro come faccio in questi giorni con tutto ciò che reclama la mia attenzione, consapevole che prima o poi ne pagherò le conseguenze. Forse è un eccesso di pigrizia, come sostiene chi dice di conoscermi bene, ma in cuor mio spero che si tratti unicamente di tanta sana noia.
E’ il momento di accendere la radio.
Alzo il volume sperando di incappare casualmente in una stazione che trasmetta musica capace di scuotermi da questa stucchevole indolenza. Si vede che è una giornata fortunata. Chiudo gli occhi per ascoltare meglio la voce di Mia Martini che mi solletica le orecchie con la suo “Inno”.
La canzone finisce e apro gli occhi. Mi sovviene per un momento il pensiero che magari è vero che a questo mondo sono esistite delle persone davvero speciali e force ci sono ancora cose per cui vale la pena di andare avanti.


CLASSIC ON AIR: “Bobo Merenda” – Enzo Jannacci

« Questa è un storia allegra
segreto militare
una storia d’amore
meglio non raccontare… »

(Enzo Jannacci, Bobo Merenda, 1968)

Bobo Merenda è un brano musicale antimilitarista con il testo composto da Enzo Jannacci e musica di Luis Eduardo Aute fu pubblicato nel 1968 come lato B nel 45 giri Ho visto un re/Bobo Merenda e successivamente incluso nell’album Vengo anch’io. No, tu no (Wikipedia).


Ormai quando li incontro non ci faccio quasi più caso.
Li vedo aggirarsi per strada i «Bobo Merenda» con loro sguardo intento a fissare il niente, incapaci di vedere per colpa della loro miopia che li rende sia ciechi che sordi.
Fanno cose i «Bobo Merenda» anche se non sanno perché le fanno. Il sistema li ha cresciuti in un certo modo, inconsapevoli simulacri di uomini strombazzanti parole prive di significato come libertà e pace, piccoli ingranaggi della grande macchina che non smette mai di far girare il mondo.
Ma ai «Bobo Merenda» va bene così e nessuno se la sente di renderli infelici dicendo loro la verità. Che poi la verità vera non esiste e quindi non ha nemmeno senso star lì a perderci tempo.
Ma gli dei sono sempre alla ricerca di uno svago e può quindi capitare che si trastullino con un «Bobo Merenda», così giusto per passare un po’ di quel noioso loro tempo eterno. Che senso ha aggiustare un «Bobo Merenda» se non quello di vederlo tormentato a domandare com’è fatto davvero tutto questo mondo?
Forse gli dei sono solo invidiosi dei «Bobo Merenda» ed è giunto il momento anche per me di levarmi una volta per tutte questa dolorosa lente a contatto.

CLASSIC ON AIR: “A Whither Shade Of Pale” – Procol Harum

Non c’è cosa peggiore che possa accadere ad un uomo che perdere ciò che in realtà non ha mai avuto. Destarsi dal sogno e rendersi conto che era tutto solo il frutto di una sua fantasia. Rendersi conto che non si può tornare indietro per sistemare le cose. Ma se non dipende più da noi perché continuiamo a soffrirne?

“A Whiter Shade of Pale” , dei Procol Harum è un classico del rock uscito nel 1966 che ha saputo toccare il cuore a molte generazioni grazie al testo ermetico di Keith Reid e a una melodia struggente vagamente ispirata all’Aria sulla quarta corda dalla Suite n. 3 in sol maggiore di J.S. Bach, il mitico organo Hammond che massacra di brividi la pelle dell’ascoltatore, la voce pastosa, calda e graffiante da bluesman di Gary Brooker.

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CLASSIC ON AIR: Sergio Cammariere “Tutto quello che un uomo”

Mi rifiuto.
Mi rifiuto di credere che senza te non posso stare.
E' come stare in apnea, ma ce la posso fare.
Posso vivere anche senza respirare.
Non è vero che se senza di te io non vivo.
Tu non sei più l'orizzonte costante della mia realtà.
Mi rifiuto di credere che sei tutto quello che un uomo sognare potrà.
Mi rifiuto di sentirmi solo.
Mi rifiuto.

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CLASSIC ON AIR: The Pretenders ‘I’ll Stand by You’

Non basta amare qualcuno. Occorre amare con coraggio.
Bisogna amare con tutte proprie forze in modo tale che nessuno, nè leggi umane o divine, possano interferire con questo immenso sentimento. Altrimenti si finisce per svilire tutto quel palpitare di cuori che fa girare il mondo.
Nessuno si deve sentire imbarazzato ad esprimere la gioia di amare. In questo gioco è ridicolo solo chi si nasconde. E non importa se non si è ricambiati perché non si può esigere l’amore.
Nemmeno le persone più razionali e forti possono illudersi. Non scegliamo chi amare. E a volte, sfortuna sentimentale tra le più disastrose, amiamo chi è incapace ad ‘amore. Ma non dobbiamo perdere la speranza perché se abbiamo amato qualcuno, lo ameremo sempre. Se siamo stati nel cuore di qualcuno, lo saremo per sempre.

Smetterò di amarti solo quando un pittore sordo riuscirà a dipingere il rumore di un petalo di rosa cadere su un pavimento di cristallo di un castello mai esistito. Jim Morrison

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