[Serie tv] The Man in the High Castle – Un finale inspiegabile

Il celeberrimo romanzo ucronico «La svastica sul sole» è stato uno dei tanti capolavori di Philip K. Dick i cui scritti sono stati successivamente la base di lavori cinematografici e televisivi più o meno fortunati e il racconto distopico in cui i nazisti e i giapponesi si dividono i territori degli Stati Uniti da vincitori della 2a Guerra Mondiale ha sempre solleticato i produttori.

Già agli inizi del 2010 l’inglese BBC annunciò un primo progetto per una miniserie di quattro puntate. Tre anni dopo fu il canale SyFy che affidò un incarico esplorativo allo showrunner Frank Spotnitz di X-Files e a Ridley Scott affinché ne scrivessero un soggetto con l’ambizione di bissare il successo cinematografico di Blade Runner del regista britannico.

Infine arrivarono gli Amazon Studios che acquisirono il progetto per la creazione di una serie televisiva vera e propria da trasmettere in esclusiva sulla propria piattaforma di streaming.

Il primo episodio dell’Uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle) è stato rilasciato il 15 gennaio 2015 e rimane tutt’ora l’episodio pilota più visto di sempre per una serie di Amazon Video. Il cui successo ha permesso la produzione di quattro stagioni per un totale di quaranta episodi. L’ultima stagione è stata rilasciata il 15 novembre 2019.

Del romanzo di Philip Dick nella serie tv di Amazon rimane lo scenario delle super potenze naziste e giapponesi che occupano gli USA e i nomi dei personaggi principali. Il meta-romanzo «La cavalletta non si alzerà più» diventa qui una serie di cinegiornali e filmati provenienti da un universo alternativo capace di risollevare lo spirito degli americani soverchiati dall’oppressione degli invasori. Mentre l’importanza vaticistica de I Ching si perde in qualche scena riempitiva. A conti fatti è una serie di genere tutto sommato interessante e di qualità con parecchi colpi di scena e ben interpretata da un cast eccezionale. In particolare rimangono impresse la bravura di Rufus Sewell e della bella e capace Alexa Davalos che sono riusciti a dare vita a due convincenti avversari, cosi come la carica spirituale infusa nella sua interpretazione da uno strepitoso Cary-Hiroyuki Tagawa e l’ambiguità del personaggio interpretato dall’altrettanto bravo Joel de la Fuente.

Di seguito il mio sfogo personale dopo aver visto l’episodio finale della serie… (chi l’ha visto capirà).

SPOILER! SPOILER! (Da non leggere se non hai visto la fine della serie e/o pensi di vederla un giorno)

Cosa c’è di più odioso per uno showrunner di non lasciare modo di capire il finale di una serie? Capisco terminare con un cliffhanger quando vuoi lasciarti la porta aperta a un’eventuale ripresa… ma quando ti commissionano l’episodio finale di una serie, hai il sacrosanto dovere di chiudere tutta la storia e le eventuali sottotrame. Lo spettatore ha il diritto di dare degna ‘sepoltura’ ai personaggi che ha amato/odiato per tanto tempo o almeno si merita di sapere che fine fanno. Invece Frank Spotnitz ha scelto, o meglio così ha tentato di spiegare all’inebetita fanbase, che la degna conclusione di questa serie è quella di essere oscura e indecifrabile, come la vita reale.
Ma va a quel paese, va!
Dopo che Juliana riesce finalmente ad eliminare il crudele John Smith così da scongiurare l’attacco nazista ai neonati territori orientali abbandonati dai giapponesi, i nazisti in nordamerica inspiegabilmente capitolano e il portale si apre da solo. Lasciamo pure perdere che quella che per trentanove puntate è stata la dittatura più feroce e assoluta che si potesse immaginare si sgretola invece in pochissimi attimi, ma vabbé. Quello che proprio non va giù è la fine del portale con tutta quella gente (comune?) che pare lo attraversi senza porsi nessuna domanda. Con i nostri erori che li vedono arrivare e rimangono lì impalati in preda all’estasi. Boh! Significa forse che i due mondi paralleli sono oramai uniti e che il portale è a disposizione di tutti? Ma se ci hanno fatto capire che possono viaggiare solo se la propria controparte nell’altro universo non esiste più significa che questi sono già tutti defunti da questa parte? E da dove arrivano? Nell’universo alternativo è costume che la gente si riunisca nelle profondità delle miniere in attesa di varcare portali?

Di tutti i finali quello proposto è il più banale immaginabile. Quasi non avessero più idee.
A mio parere forse avrebbero fatto meglio se avessero organizzato una seduta spiritica e chiesto lumi direttamente a Philip K. Dick.

[Serie Tv] Tv inglese con «Sanditon» e «A Confession»

Da appassionato di serie tv mi capita di tanto in tanto di seguirne alcune trasmesse sui canali britannici. Seppur la Brexit è oramai alle porte con il rischio di allontanare l‘UK dall’Europa, la qualità delle loro produzioni televisive rimane indubbiamente un esempio per tutto il nostro continente. E non si tratta solo della forza produttiva di un colosso come la BBC, di cui sto seguendo al momento la coinvolgente «The Capture».

Non di recente la mia attenzione si è focalizzata sul meno blasonato canale concorrente ITV. Se l’anno scorso ho apprezzato la loro miniserie thriller «The Strangers» con una superlativa interpretazione del bravo John Simm nella parte di un professore universitario in viaggio ad Hong Kong per indagare sulla doppia vita della defunta consorte, quest’anno sto seguendo la piacevole serie in costume «Sanditon» tratta dal’omonimo romanzo incompiuto dell’autrice Jan Austen e «A Confession» un drama poliziesco che si regge tutto sulla bravura di Martin Freeman.


Sanditon

Benché l’autrice Jane Austen è venuta a mancare dopo aver scritto solo una bozza dei primi undici capitoli di questo romanzo del 1817 pubblicato postumo, la storia è abbastanza intrigante e i personaggi già ben delineati che lo sceneggiatore Andrew Davies (già noto per Guerra e Pace, I miserabili e Orgoglio e Pregiudizio) non ha certo faticato per tirarci fuori un period drama (così vengono detti gli sceneggiati in costume) con i contro fiocchi.

PLOT – E’ la storia della giovane Charlotte Heywood che dalla campagna del Sussex si trova a trascorrere un periodo di vacanza a Sanditon ospite dei coniugi Parker. Mr Parker è impegnato a rendere la cittadina di mare la nuova mecca del turismo nascente, grazie ai capitali dell’anziana ricca vedova Lady Denham. Charlotte viene quindi a contatto con una serie di personaggi che nella trasposizione televisiva non hanno per niente perso i caratteri caricaturali propri del romanzo. Ci sono gli avidi nipoti della Milady disposti a tutto per accaparrarsi la sua eredità, così come le immaginarie sofferenze dei fratelli tanto ipocondriaci quanto pigri di Mr. Parker, il giudizio tutt’altro che positivo dell’alta società londinese e delle sue tresche, nonché la sottotrama romantica della storia tra il mondano Sidney, il più giovane dei fratelli Parker, e l’ingenua, ma caparbia quanto sagace Charlotte. Il primo episodio introduce la maggior parte dei personaggi e scenari pescando a piene mani dal romanzo incompiuto, gli episodi successivi diciamo che sono sempre inspirati ai temi della malattia, della speculazione e del nascente turismo su cui la stessa Jane Austen avesse imperniato la scrittura del suo romanzo.

L’interpretazione di Rose Williams (vista in Reign) nei panni di Charlotte risulta convincente e piacevole.
Un po’ sottotono l’altra stella del cast Theo James (visto in Divergent e Underworld), ma forse è proprio il carattere schivo del suo personaggio, Sidney Parker, a renderlo a tratti alieno al contesto e antipatico al telespettatore.
Il resto del cast è qualitativamente impeccabile: possiamo dire che non ci sono in realtà personaggi comprimari, ma è una sinfonia in cui è proprio la somma delle scene ben interpretate a rendere la serie così piacevole da seguire.

Giunto alla settima delle otto puntate previste per questa stagione il mio giudizio è senz’altro positivo, sperando che le scene di sesso, un po’ troppo esplicite, ma mai fine a se stesse, non abbiano così tanto deluso gli spettatori inglesi da compromettere la realizzazione di un auspicabile una seconda stagione.


A Confession

Diciamo subito che, come annunciato nei titoli d’apertura, si tratta di una drammatizzazione di quanto realmente accaduto nel 2011, quando il Sovrintendente della polizia inglese Steve Fulcher sacrificò carriera e reputazione durante le indagini su un pericoloso serial killer. Una vicenda che ha diviso l’opinione pubblica inglese.

PLOT – Tutto ha inizio con la denuncia di scomparsa della ventiduenne Sian O’Callaghan che scatena un dispiegamento di forze mai visto prima per la sua ricerca. Mentre gli inglesi restano incollati alla tv per seguire gli sviluppi della vicenda, il sovraintendente Fucher messo a capo delle indagini concentra i suoi sospetti sul tassista Halliwell che viene quindi posto sotto sorveglianza nella speranza di ritrovare ancora viva la povera ragazza.
Poi sospettando che il criminale stesse per tentare il suicidio, Fucher è costretto ad arrestarlo, ma contravvenendo al protocollo, non lo fa portare subito alla stazione di polizia, ma lo interroga per ore nelle vicinanze del parco dove pensa possa aver nascosto la vittima che spera ancora si possa ritrovare viva. Durante questo incontro il poliziotto riesce a stabile una connessione con Halliwell che si convince a portare Fucher nel luogo dove si è liberato del cadavere. Qui Halliwell confessa anche un’altro vecchio omicidio. L’intuizione di Fucher di non incarcerare immediatamente il criminale e di cercare di stabilire un dialogo con lui ha quindi non solo risolto il caso di Sian, ma fatto luce su un vecchio caso di molti anni prima.
E’ un successo, probabilmente meritevole di encomio, ma rimane sempre il fatto che per ottenere la confessione del serial killer il poliziotto ha infranto il protocollo sugli interrogatori a tutela dei detenuti: una pecca imperdonabile. Il suo comportamento sarà perciò sanzionato dalla commissione interna della polizia. Messo dietro una scrivania, benché tecnicamente facente ancora parte delle forze dell’ordine, Fulcher viene via via sempre più emarginato. Il sostegno delle famiglie delle due vittime che gli sono grate per quanto ha fatto non basta, l’opinione pubblica rimane divisa e la sua vita precipita nella depressione che lo costringe infine a rassegnare le dimissioni.
A distanza di tempo l’ex-poliziotto è ancora convinto di avere fatto la scelta moralmente più giusta. Se non avesse contravvenuto al protocollo molto probabilmente non avrebbe scoperto la verità e Halliwell sarebbe ancora libero di uccidere ancora, mentre ora grazie a lui si trova a scontare una pena di carcere a vita. Convinzione che lo ha portato infine a pubblicare un libro sulla vicenda dal titolo «Catching a Serial Killer».

Il successo della miniserie si basa tutta sull’onestissima interpretazione di Martin Freeman (noto per Fargo, Sherlock, Lo Hobbit, Black Panther, The Office, Captain America), ma anche dell’altra stella del cast Imelda Staunton (vista in Harry Potter, Vera Drake, Pride, Downton Abbey, Maleficent, Paddington, Shakespeare In Love).

Come thriller drama non è niente di che e la vicenda ampiamente già nota al pubblico inglese non regge la suspance, ma il taglio alla narrazione voluto dallo sceneggiatore Jeff Pope (noto per Philomena e Stanlio&Ollio) rende benissimo la psicologia del poliziotto nei suoi tormenti e vicissitudini personali risultando talmente ben riportata da offrire un prodotto ben congegnato e nel suo genere imperdibile. Visione consigliatissima.


[Recensione] Rim of the World

Film commovente.
Ho pianto molto dall’inizio alla fine ripensando ai mille dollari di cachet pagati allo sceneggiatore (Zack Stentz) a cui auguro il contrappasso di dover guardare in loop e senza soluzione di continuità questo parto della sua povera mente.

A Netflix invece auguro tanta fortuna soprattutto per quando sarà costretta a portare i libri in tribunale vista l’ormai conclamata abitudine di dilapidare i lauti profitti in progetti di così basso livello che chiaramente non verranno mai presentati a Cannes.

Lo scopo non dichiarato di questo film è in realtà quello di spaventare a morte il genitore americano medio nella malaugurata ipotesi dovesse passargli per l’anticamera del cervello l’idea di mandare il proprio pargolo al campo estivo facendogli correre così il rischio di essere nominato baronetto dal cartonato della regina d’Inghilterra. Suggerisco piuttosto di spedirlo all’oratorio della parrocchia dove, a meno di non incappare in un prete dai gusti discutibili, si occuperanno di raddrizzare la sua anima capitalista abituata a usare la parentale carta di credito per pagare migliaia di dollari in discutibili capi d’abbigliamento firmati Adidas che vengono in realtà prodotti per pochi centesimi da alieni pieni di risentimento che covano segretamente il desiderio di invadere la Terra per sterminarci tutti.

Di contro mi ha profondamente colpito la sottile critica antimilitarista in contrapposizione all’incremento delle spese militari dell’amministrazione Trump: miliardi di miliardi di dollari spesi nello sviluppo di sofisticatissimi armamenti… e poi tutto il sistema di difesa dipende da una tamarrissima chiavetta usb di produzione cinese.

Sulla regia (McG), sulla fotografia e sul montaggio non mi posso pronunciare poiché francamente non pervenuti. Per quanto riguarda gli effetti speciali, un accordo di segretezza non mi consente di parlarne come altrimenti meriterebbero, posso dire che la tecnica segreta impiegata per gli effetti speciali è talmente segreta che è come se non esistessero.

Sui giovani attori non voglio infierire, preoccupato piuttosto che fra una decina d’anni la giapponesina (Miya Cech) che qui interpreta l’orfana cinesina possa fare la fine della più famosa Fan Bingbing mentre il giovane carotino nerd (Jack Gore) quella di Macaulay Culkin. Un po’ per scardinare gli stereotipi avviso dellinnovativa scelta stilistica che vede il componente di colore del gruppo (Benjamin Flores Jr.) NON destinato a perire stupidamente entro la prima mezz’ora di girato, ma solo eroicamente ferito e ciò insegna quanto conti per un attore essere rappresentati da un bravo agente. Sul quarto giovane interprete (Alessio Scalzotto) non mi pronuncio vista la scarsità di battute a lui riservate, ma la mancanza di espressione e la vacuità del suo sguardo in camera mi hanno ricordato molto un Silvester Stallone ante litteram.

Una menzione positiva invece va alla colonna sonora, la cui epicità avrei però adoperato nel prequel young adult de «Il Gladiatore» in cui l’adolescente Maximus mandato in vacanza nel villaggio di Asterix salva Roma da un invasione di cavallette cartaginesi.

GIUDIZIO FINALE: Ho talmente raccomandato la visione di questo film al mio odiatissimo vicino di casa che questi è andato subito a rinnovare l’abbonamento alla piattaforma Netflix – spero che questo seppur piccolo incremento agli utili possa mitigare le ire di Reed Hastings e di Marc Randolph (suoi fondatori).


P.S.: Un ultimo appello. Prego la produzione di restituire al più presto alla sua famiglia il pupazzo in CGI che interpreta l’unico alieno impiegato nel film: abbiate pietà, la sua famiglia è pure disposta a pagare un ragionevole riscatto.

[Serie Tv] – The Passage

Accendete il televisore, arrivano i vampiri della trilogia fanta-horror di Justin Cronin!

1837

The Passage è una serie fanta-horror della FOX Television, ideata da Liz Heldens (Friday Night Lights, The Orville),  prodotta tra gli altri dal Premio Oscar Ridley Scott (The Martian, Il Gladiatore) e diretta da Matt Reeves (L’Alba del Pianeta delle Scimmie, Cloverfield).
La serie è basata sulla trilogia di romanzi dell’autore americano Justin Cronin che tratta di una cospirazione governativa per proteggere l’umanità da un futuro distopico in balia dei vampiri.
La prima stagione è composta da 10 episodi da 44 minuti circa ciascuno, ha debuttato negli Stati Uniti dal 14 gennaio 2019 e in Italia dal 28 gennaio 2019 trasmessa dai canali della FOX.


Interpreti e personaggi

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Una lunga lunga gestazione (da film a serie tv)

The Passage è un progetto nato nel lontano 2007 quando la FOX acquisisce per $1,70m i diritti dei romanzi di Justin Cronin affidandone la trasposizione cinematografica allo sceneggiatore John Logan (Il Gladiatore, 007 Skyfall, Hugo Cabret) e al regista Ridley Scott.220px-The_Passage_(Justin_Cronin_novel_-_cover_art)
Nel 2011 entra in squadra Matt Reeves Jason Keller (Fuga dall’inferno, Die Hard – Un buon giorno per morire, Ford v. Ferrari) che riscrive daccapo la sceneggiatura.
Nel 2016 viene accantonato definitivamente il proposito di realizzare un film e dare un più ampio respiro all’intero progetto.
Così agli inizi del 2017 la FOX Television ordina un primo pilota della serie televisiva al team formato da Liz Heldens,  Matt Reeves e dalla Scott Free Productions (di Ridley e Tony Scott) affidandone la regia a Marcos Siega e scegliendo Mark-Paul Gosselaar e la giovane Saniyya_Sidney (e il suo personaggio che nel romanzo ha circa 6 anni viene ‘modificato’ in un più televisiva bambina di dieci anni) come protagonisti.
Nel 2018 l’episodio pilota viene parzialmente rigirato cambiando alcuni membri nel cast dal regista Jason Ensler accreditato quindi come co-regista insieme a Marcos Siega.
Viene infine ordinata una prima stagione di 10 puntate che negli Stati Uniti viene trasmessa a partire da metà gennaio del 2019 trainata il lunedì sera dall’altra serie di successo The Resident. Le prime puntate di The Passage vengono ben accolte sia dalla critica che dagli spettatori facendo ben sperare i fan nell’annuncio di una prossima seconda stagione.


Uno spettacolo eccezionale basato su uno scenario terribile

“I didn’t used to believe in monsters, but I do now,” Amy says. “I saw them change everything.” – (trad. «Non ero abituata a credere nei mostri, ma ora lo faccio.» dice Amy «Li ho visti cambiare tutto.»)
Passage_S1_MiniPoster_2018_hires2.jpgSpinto dalla necessità di trovare una cura per la moglie malata di Alzhaimer, il professor Jonas Lear insieme al suo fraterno amico scienziato Tim Fanning, organizza una spedizione nelle foreste della Bolivia dove scoprono un virus che rende più forte e immune alle malattie lo stesso Fanning che viene assalito e contagiato. Nasce così il Progetto Noah diretto dal Maggiore Nichole Sykes con l’obiettivo di creare un vaccino in grado di debellare qualsiasi malattia: in una base segreta vengono condotti esperimenti illegali su alcuni condannati a morte e su una bambina orfana senza famiglia di nome Amy che per via della giovane età potrebbe avere una migliore risposta al virus, salvando milioni di persone da una nuova pandemia. Istantanea_2019-02-20_13-04-05.pngTuttavia, nulla va secondo i piani del governo e i pazienti sottoposti alla sperimentazione si trasformano in telepatiche creature infettive assetate di sangue. La piccola Amy è la sola a poter liberare il mondo dall’incubo in cui è precipitato, affiancata dal suo protettore, l’agente dell’FBI Brad Wolgast, che inizialmente è colui che la rapisce per conto del Progetto Noah, ma che poi si ribella agli ordini dell’ex agente operativo della CIA incaricato delle operazioni, Clark Richards.

ThePassageBB-678x381.jpg


Salviamo il mondo dai vampiri… ancora una volta

Gli ingredienti sono magari i soliti e forse questo è l’unico tallone d’Achille di questa serie tv di genere.
La sceneggiatura è più che solida e si vede che si avvale della collaborazione dello stesso autore che ha portato al successo letterario la saga, ma un conto è la carta stampata e il gusto dei lettori, tutta un’altra cosa il palato esigente di una platea televisiva che negli anni è stata bombardata dagli eventi catastrofici più disparati compresi i virus vampireschi (ancora non ci siamo ripresi dall’appena terminata serie sui vampiri The Strain di Guillermo del Toro).
imagesSe le prime puntate vergono sul complotto governativo e sulla segretezza del Progetto Noah, i successivi episodi divengono ancora più interessanti per la scoperta dei poteri dei vampiri e la crescita d’importanza del personaggio di Amy.
Il dejà vu si supera così ben presto apprezzando la recitazione di un cast di tutto rispetto: bravi e convincenti tutti, compresa la giovane Saniyya_Sidney già apprezzata nella miniserie Radici. download.pngLa lunga gestazione non ha compromesso la trasposizione del racconto nel media televisivo che è sicuramente valorizzato dalla mano sapiente della showrunner Liz Heldens che non per niente ha già firmato un lungo contratto di collaborazione per i prossimi anni con la Fox. L’unico timore è che lo show non rientri nei piani della dirigenza del network che potrebbe, come già capitato in passato, non rinnovare la serie anche se apprezzata dal pubblico.

[Python] Traduttore automatico di sottotitoli

La mia smodata passione per le serie tv made in USA mi ha iniziato al binge watching molto prima che ne venisse coniato il termine per diventare una moda. Ricordo ancora il week end di una decina di anni fa, passato a ‘recuperare’ su internet gli episodi delle prime tre stagioni di «Battlestar Galactica» poco prima della trasmissione in America della quarta stagione. Di lì ho scoperto che non mi piaceva attendere qualche anno prima di poter guardare una serie tv che mi interessava e che internet da questo punto di vista era una notevole risorsa se si era disposti ad abituare l’occhio a non perdersi nessuna scena sbirciando contemporaneamente i sottotitoli sullo schermo (ancora tante grazie Italiansubs!).


Ora che i sottotitoli in italiano si fa più fatica a trovarli, un po’ per gioco e un po’ per utilità, ho pensato di creare uno script in Python che traduce un file di sottotitoli in inglese nel corrispettivo in italiano utilizzando la libreria googletrans (link) che sfrutta l’API di Google Translate. Il risultato non sarà dei più corretti ma IMHO abbastanza accettabile per godersi un episodio della propria serie tv preferita.


Ingredienti:

    • python 3
    • libreria googletrans (per la traduzione)
    • librerie sys, os (per la gestione dei file)
    • libreria timeit (per computare le prestazioni)

Per installare la libreria avendo a disposizione l’utility PIP è sufficiente digitare il seguente comando:

pip install googletrans

Analizziamo le parti principali del sorgente:

Innanzitutto importiamo le librerie che ci necessitano:

import sys, os
from googletrans import Translator
from timeit import default_timer as timer

Memorizziamo in una variabile il tempo iniziale che ci servirà per calcolare successivamente le prestazioni dello script:

start = timer()

E inizializziamo il traduttore sull’API pubblica di Google Translate:

translator = Translator(service_urls=[
      'translate.google.com',
      'translate.google.it',
    ])

Il progetto prevede di dare in pasto al traduttore le frasi contenute in un file in formato .srt contenente i sottotitoli in inglese, strutturalmente fatto in questo modo:

Per quanto riguarda il nome del file da tradurre lo passeremo come argomento nell’istruzione di esecuzione del programma. Il nome del file prodotto con i sottotitoli tradotti in italiano sarà generato conseguentemente aggiungendo il suffisso “_tradotto”. Viene anche controllata l’esistenza di un eventuale precedente file di traduzione avente lo stesso nome di quello in produzione e nel caso verrà cancellato.

try:
sourcefile = sys.argv[1]
resultfile = sys.argv[1].replace('.srt', '')+'_tradotto.srt'
except:
sourcefile = "sottotitolo.srt"
resultfile = sourcefile.replace('.srt', '')+'_tradotto.srt'

if os.path.isfile(resultfile) == True:
os.remove(resultfile)

Nessun problema ad aprire il file in questione e scomporre le righe di testo in elementi di una lista. Inoltre già che ci siamo cancelliamo gli eventuali inutili spazi vuoti in testa e in coda a ciascuna riga con il metodo strip():

with open(sourcefile) as f:
    content = f.readlines()
content = [x.strip() for x in content]

Ovviamente al nostro traduttore dovremo passare ‘solo’ i testi e non gli altri elementi utili alla renderizzazione a video dei sottotitoli. Inoltre al traduttore dobbiamo passare delle frasi intere, anche se nel file dovessero risultare ‘spezzate’ su più righe.

Processiamo ciascuna riga della lista creata e scartiamo quelle righe (senza eliminarle perché ci occorreranno poi per scrivere correttamente il file .srt dei sottotitoli tradotti) contenenti un numero intero (cioè il numero del sottotitolo) piuttosto che la durata del sottotitolo (che Python vede comunque come una stringa di testo da qui la trovata di pulire la riga dal segno di separazione (“:”) e di considerarne solo i primi 5 caratteri, in modo che ad esempio la riga “00:00:03,886 –> 00:00:07,961” venga computata come “00000” che Python riconosce giustamente come numero e quindi ce la fa scartare:

for item in content:
    count += 1
    if item.isdigit() == False:
        try:
            control = item.replace(":","")
            part = control[0:4].isdigit()
        except:
            part = False

Per risolvere il problema delle frasi spezzate su più righe come abbiamo ad esempio in questo caso:

Dove per ottenere una traduzione corretta occorre passare al traduttore una corretta frase interaBut you won’t fix the real problem” e non due righe separate come si presentano nel file. Si andrà quindi a tradurre quanto memorizzato in una lista ‘volatile’ solo dopo aver incontrato un salto di riga vuoto come questo:

Di seguito la mia soluzione che memorizza il testo da tradurre nella stringa “datradurre” che viene passata al traduttore istanziando l’oggetto translations da cui ricaviamo il testo tradotto quando la variabile trigger ‘accio’ processa una riga vuota. Ovviamente occorre tenere conto che sebbene al traduttore la frase di due righe verrà fornita in una riga sola, al momento della ricostruzione del sottotitolo tradotto la frase dovrà essere nuovamente divisa se troppo lunga per non perdere in leggibilità del sottotitolo: la frase sarà ‘spezzata in due righe dovesse essere composta da più di 5 parole e comunque da più di 40 caratteri (esclusi i segni ‘speciali di renderizzazione). Dopo aver passato la stringa al traduttore questa viene azzerata, pronta per le righe successive. Il tutto viene memorizzato in una lista denominata ‘traduzione’ a cui si aggiungeranno man mano tutte le righe processate, comprendenti il numero del sottotitolo, i tempi di inizio e fine visualizzazione e la traduzione ottenuta (o il testo originale se il programma non è riuscito a tradurre).

       if part != True:
            datradurre = datradurre +' '+item
            datrad_non.append(datradurre)
            accio = ("_______"+str(item)+"________________>")
            if accio == "_______________________>":
                try:
                    translations = translator.translate(datradurre, src='en', dest='it')
                    trad = translations.text
                    parole = 0
                    a = trad.split(" ")
                    for i in a:
                        if (i!=" " and i!="<i>" and i!="</" and i!="i>" and i!="-" and i!="..."):
                            parole=parole+1
                    if parole >5 and len(trad) >40:
                        frase = range(6,parole)
                        primariga = str(a[0])+' '+str(a[1])+' '+str(a[2])+' '+str(a[3])+' '+str(a[4])+' '+str(a[5])
                        secondariga = ''
                        for x in frase:
                            secondariga = secondariga+' '+str(a[x])
                        traduzione.append(primariga)
                        traduzione.append(secondariga[1:])
                        traduzione.append(item)
                        TRcount += 1
                    else:
                        traduzione.append(trad)
                        traduzione.append(item)
                        TRcount += 1
                except:
                    for x in datrad_non:
                        traduzione.append(x)
                    traduzione.append(item)
                    NOcount += 1
                datradurre = ""
                datrad_non.clear()
        else:
            traduzione.append(item)

Dopo aver processato tutte le righe si può procedere a generare scrivendo riga per riga il file .srt con i sottotitoli tradotti:

with open(resultfile, 'a') as f:
    for item in traduzione:
        f.write(item+'\n')

Possiamo calcolare a questo punto il tempo di esecuzione in secondi del programma:

end = timer()
tempo = "{0:.2f}".format((end - start))

E infine visualizzare le statistiche raccolte con i vari contatori alimentati durante il processo di traduzione:

print('\n')
print ('Totale righe _________ '+str(count))
print ('Totale traduzioni ____ '+str(TRcount))
print ('Problemi traduzioni __ '+str(NOcount))
print ('Totale tempo _________ '+tempo+'s')
print('\n')

Non sarà lo script meglio scritto, ma in un tempo ragionevole (circa 300 secondi per processare un episodio di tre quarti d’ora) riesce a sfornare dei sottotitoli in italiano discretamente accettabili.

Codice sorgente completo disponibile su GITHUB (link).

[ SPOT ] «Mamma ho perso l’aereo» al tempo di Google Assistant

Sono passati quasi trent’anni da quando una mia versione più mocciolosa rimase a bocca aperta di fronte alle imprese del piccolo Kevin McCallister lasciato erroneamente da solo a casa durante le festività natalizie a fronteggiare con il suo ingegno da bambino i ladri cattivi.

Un film divenuto quasi da subito un cult del genere, che fortunatamente la televisione ripropone ogni anno a cavallo di Natale e Capodanno alla stregua di “Una poltrona per due” senza il quale al Natale mancherebbe qualcosa tipo la scintillante punta dell’albero addobbato e/o il calore del bue nel presepe.

I ragazzi di MountView hanno ben pensato di sdoganare il loro Google Assistant al grande pubblico riproponendo alcune scene iconiche del film Mamma ho perso l’aereo interpretate da un più maturo Macaulay Culkin che oggi ha a disposizione le moderne tecnologie per fronteggiare i cattivi senza fare molta fatica. 

In questo caso la pubblicità è così ben fatta e ben pensata da far dimenticare per un attimo di essere spettatori dell’ennesimo strumento di marketing e di godere di essere trasportati per qualche secondo nei ricordi della nostra magica infanzia.

Comunque in concomitanza di questa campagna pubblicitaria e quindi per un tempo limitato (e presumibilmente solo per il mercato anglofono), Google Assistant risponderà così ai seguenti comandi vocali:

  • “Did I forget something?” – farà esclamare al dispositivo il celebre “KEVIN!!!!”
  • “How much do I owe You?” o “It’s me Snakes. I got the Stuff” – farà ricreare il dialogo del film che guarda Kevin, creato appositamente per il film, “Angels with filthy souls”
  • “The Wet Bandits are here” – farà sentire cosa farebbe Kevin in uno dei momenti più iconici del film
  • “I’m the man of the house” – farà rivivere la scena in cui Kevin si mette il dopobarba

 

Realtà 1 – 0 Fantasia: estinto il pappagallo del cartone “Rio”

Carlos Saldanha è un regista famoso per essere il creatore della serie di successo dell’Era glaciale e per essere stato nominato all’Oscar per il lungometraggio Ferdinand. Il regista brasiliano ha anche coronato il suo sogno di portare sul grande schermo i colori e la musica della sua terra d’origine realizzando, dopo una gestazione di alcuni anni, la saga del pappagallo ‘Blu’.

 

2011 l’anno di Rio

Quell’anno a competere con il successo annunciato del sodalizio Disney & Pixar con il sequel Cars 2, viene distribuito nei cinema di tutto il mondo dagli Blue Sky Studios del visionario Chris Wedge il film d’animazione Rio.

La storia è incentrata su «Blu», un raro esemplare di ara di Spix che, a causa di un incidente di trasporto, viene abbandonato in Minnesota. Diversi anni dopo sarà l’ornitologo «Tullio» ad informare «Linda», che intanto l’aveva adottato nella sua libreria, che il pappagallo è l’ultimo esemplare maschio della sua specie e che per scongiurarne l’estinzione è indispensabile l’accoppiamento con l’esemplare femmina di nome «Gioiel» da poco catturata a Rio de Janeiro. Dopo una serie di avventure e peripezie in Brasile, la coppia di uccelli avrà tre figli scongiurando così il pericolo di estinzione.

Il film è stato accolto piuttosto bene dalla critica e dal pubblico dei più piccoli che ne ha apprezzato soprattutto la comicità e la musica (Oscar 2012 per la migliore canzone (‘Real in Rio‘):

Il meritato successo porterà a realizzarne nel 2014 un sequel, Rio – Missione Amazzonia, dopodiché i personaggi della saga, ormai diventati famosissimi, diverranno i protagonisti di una variante di successo del popolare gioco Angry Birds.

 

2018 l’anno dell’ufficialità dell’estinzione dell’ara di Spix

La notizia è di queste settimane con la pubblicazione di uno studio dell’autorevole associazione naturalistica BirdLife: il pappagallo salito alla ribalta con il film d’animazione Rio è nella lista delle specie ufficialmente estinte in natura. L’uccello brasiliano infatti, insieme ad altre otto specie di uccelli, secondo l’associazione internazionale specializzata nella conservazione delle varie specie aviarie, è scomparso dalle foreste addirittura dal 2000, anno a cui risale l’ultimo avvistamento: una delle principali cause che ne hanno decretato la perdita è la deforestazione dell’Amazzonia e delle aree verdi sudamericane. 

Stuart Butchart, capo scientifico di BirdLife, spiega: “Il 90% delle estinzioni di uccelli negli ultimi secoli sono avvenute su isole. Tuttavia i nostri risultati confermano che c’è un’ondata crescente di estinzioni che si sta diffondendo attraverso i continenti, guidata principalmente dalla perdita e dal degrado dell’habitat a causa di agricoltura e disboscamento non sostenibili”.

 

…ma non tutto è perduto!

Per l’ara di Spix, noto fra i più piccoli come il pappagallo «Blu», c’è però ancora una speranza: esistono infatti alcuni esemplari in cattività, una sessantina in tutto, e prossimamente verrà effettuato, sempre in Brasile, un tentativo di reintroduzione in natura reso ancora più difficile dalla continua deforestazione. C’è da tenere incrociate le dita e di sperare che il creato sia in grado di resistere alle violenze perpetrate dall’uomo che dovrebbe invece averne la massima cura.

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