L’accattonaggio ai tempi di internet


PREMESSO che da qualche tempo è notevolmente cresciuto il numero dei soggetti che praticano, in diverse forme, attività di accattonaggio e mendicità utilizzando i nuovi strumenti messi a disposizione dalle diverse piattaforme sul web;

CONSIDERATO che spesso le persone che praticano l’accattonaggio assumono atteggiamenti molesti, ostinati ed insistenti, turbando il libero utilizzo, la libera fruizione e l’accesso ai servizi gratuiti disponibili in rete;

RITENUTO doveroso prevenire e contrastare l’insorgenza di fenomeni criminosi dediti allo sfruttamento di minori e persone altresì facilmente raggirabili, sia ancora, per evitare le conseguenti situazioni di degrado nei social network;

SI INVITA

Gli utenti internet a non fare l’elemosina agli accattoni o ai mendicanti presenti in rete e, qualora volessero contribuire al sostentamento di persone realmente bisognose, di provvedere attraverso modi alternativi.


UN PO’ DI STORIA

Tra le tante chimere 2.0 create da internet, tipo quella dei servizi offerti gratuitamente che riescono magicamente a riempire le tasche di soldi a chi li mette a disposizione, da qualche anno si è consolidata quella degli oboli a sostegno di chi passa il tempo a creare contenuti d’intrattenimento sul web.

Ma facciamo un po’ di ordine…

In principio fu Youtube, la piattaforma di video sharing partorita dall’intuizione di tre giovani informatici americani nel 2005 e acquisita più o meno un anno dopo dal gigante Google per l’incredibile cifra di 1,65mld di dollari, che basa il proprio modello economico sulla vendita di spazi agli inserzionisti pubblicitari.

Il successo immediato della piattaforma porta alla conseguente nascita del fenomeno degli youtubers, cosi vengono chiamati i videomakers in grado di soddisfare la domanda di nuovi contenuti a cui Youtube riconosce un (seppur modesto) guadagno in denaro. Man mano la monetizzazione diventa sempre più diffusa e accessibile mentre alcuni youtuber diventano vere e proprie web star con milioni di fan al proprio seguito. Dagli Stati Uniti il fenomeno diventa poi globale e anche in Italia iniziano a comparire personaggi (più o meno nati a tavolino) che riscuotono successo e hanno un seguito e una fama tali da farli ‘uscire’ dalla rete per essere chiamati dalla tv, dal cinema e a partecipare come ospiti a fiere a tema.

Un computer abbastanza potente in grado di editare i video e giocare con una risoluzione accettabile, un buon microfono e tanto tanto entusiasmo costituiscono l’attrezzatura minima per chi vuole cimentarsi in questo mondo che per alcuni è un trampolino di lancio e per altri diventa una vera e propria professione.

In tempi di vacche magre una miriade di giovani e non (sebbene il pubblico sia effettivamente vasto, il target di riferimento rimane quello dei teeneger), anche in Italia si mette a produrre video, tentando di trovare un proprio stile, alla spasmodica ricerca di iscritti, di visualizzazioni, di facili guadagni e facile fama. Una schiera di disperati disposti quasi a tutto per sfruttare la momentanea popolarità.

L’apice si raggiunge quando esplode la moda dei video di gameplay in cui lo spettatore guarda lo youtuber giocare ai videogames, magari intercalando battute (stupide o volgari fate voi) e/o imprecazioni che costituiscono di fatto la trama dell’intrattenimento offerto.

Idolatrati dagli iscritti/fans, pronti a scagliarsi contro le le altre fazioni in caso di flaming, in molti si ritrovano con uno stuolo di seguaci, che va sfruttato in ogni modo, magari facendo riferimento a un’organizzazione in grado di gestire l’immagine, di organizzare gli eventi e il merchandising (così nascono i network).

Accanto ai video gameplay l’offerta di contenuti si evolve in altri generi a seconda della moda del momento. Nascono così i video challenge (in cui ci si sfida a compiere imprese la cui stupidità raggiunge livelli epocali, tipo quella d’ingurgitare del detersivo), i video urbex (in cui in barba alle norme di sicurezza si visitano ruderi pericolanti), i tutorial di make-up (in cui la youtube s’imbelletta declamando le qualità del prodotto ricevuto in regalo dallo sponsor di turno), le video ricette (dalle più improbabili a quelle di rinomati chef in cerca di fama), ma per la maggiore vanno i video trash (nel senso più dispregiativo del termine, volgari e rivoltanti) e i video denuncia (in cui si parla di incredibili complotti, scie chimiche, scienze alternative e altri argomenti altrettanto diseducativi).

Con il passare degli anni e con il fenomeno in continua crescita, vengono lanciate (con alterna fortuna) nuove piattaforme che alla ricerca di nuovi spazi si concentrano sulle dirette video: nasce lo streaming di Twitch (acquisita successivamente da Amazon per quasi un miliardo di dollari). Anche in Italia sono in molti che, grazie alla crescita di banda internet a disposizione, si buttano sulla nuova piattaforma.

Se Youtube vede la fruizione di un prodotto editato da chi lo produce, le live di Twitch mettono in diretto contatto i fans con i propri beniamini con i quali possono interagire a mezzo chat. La cosa ha talmente successo che pure Youtube, per fermare la migrazione dei suoi utenti, deve correre ai ripari e creare un’apposita piattaforma live (Youtube Game).

Non è che  la qualità offerta dagli streamers (così si chiamano chi va in diretta live) sia migliore di quella offerta dagli youtubers, anzi. In parecchi casi, per poter emergere dalla numerosa massa di competitors e accaparrarsi un pubblico più numeroso possibile si ricorre a qualsiasi mezzo, magari irretendo i giovani adolescenti con visioni poco attinenti al gioco e trattando argomenti più o meno pruriginosi.

Ad oggi accanto a Youtube e Twitch convivono con minori fette di mercato diverse piattaforme come quella creata da Microsoft (Mixer), ancora poco diffusa nel nostro paese, per non parlare della stessa Facebook che da tempo mette a disposizione ai propri utenti la possibilità del video sharing  monetizzato. Questo perché il mercato è tutt’ora in espansione e valendo miliardi di dollari fa gola a molti.

Un vero e proprio fenomeno culturale che ha rivoluzionato il mondo dell’intrattenimento che oramai per le generazioni più giovani passa più per internet che attraverso i vecchi media, ma che è stato snobbato per troppo tempo dagli adulti che ora si ritrovano figli e nipoti coinvolti in un fenomeno che non capiscono e che è purtroppo pieno di insidie che non si limitano a quelle della tutela del copyright. Un meccanismo che insieme a quello degli altri social network ha creato un nuovo modo di vivere e pubblicizzare prodotti: quello dell’influencer.

Nel tempo le piattaforme hanno cercato di attirare e mantenere i propri creators mettendogli a disposizione una miriade di sistemi per invogliare il pubblico a sostenerli economicamente con donazioni spot e abbonamenti. Inoltre sono nati sistemi ad-hoc, tipo il celebre Patreon, con i quali i donatori possono mensilmente sostenere tra gli altri anche chi si trova impegnato a creare contenuti per il web.


GLI ACCATTONI 2.0

Chi è davanti alla telecamera è disperatamente alla ricerca di…. soldi!!! Soprattutto ora che diverse piattaforme (in primis Youtube, ma anche Twitch) hanno alzato i requisiti per monetizzare video e live e tracciato qualche più severa regola sui contenuti (beninteso mica per tutelare gli utenti, magari minorenni, ma spinti ad evitare la fuga degli inserzionisti che li ha toccati nel portafoglio).

Penalizzati dalla lingua che ne limita il bacino d’utenza, e millantando il fatto che le attrezzature utilizzate costano, che produrre video richiede tempo sottratto al lavoro (che comunque non avrebbero), i creators nostrani devono escogitare la qualsiasi per spremere tutto il denaro possibile dagli utenti che li seguono, con un occhio invidioso alle favolose donazioni a cui sono abituate le controparti oltreoceano.

Youtuber e streamers, non potendo accontentarsi dello scarso riconoscimento economico dalle visualizzazioni, reclamano continuamente sottoscrizioni (gli abbonamenti) al canale e donazioni una tantum mentre declamano la vendita a caro prezzo del proprio merchandising e fanno pubblicità (più o meno occulta) a prodotti (di scarsa qualità, solitamente di origine cinese) che chi li segue dovrebbe apprezzare solo perché a loro glieli hanno mandati in regalo.

Anche per chi non fa grossi numeri, ma è invece abituato al piccolo cabotaggio, l’aspetto ‘amatoriale’ della condivisione dei video è venuto progressivamente a scemare mentre è quello ‘professionale’ (nel senso economico, non certo inerente alla qualità) che muove le intenzioni, benché nessuno dei creators vuole essere chiamato moneygrabber (termine coniato appositamente per sottolineare il fine ultimo che muove la maggioranza di loro) e si difendono da simili illazioni denunciando un’arretratezza economica-culturale tipica dell’Italia che non li vuole qui apprezzati come nel resto del mondo. Come se in Italia il loro mestiere non fosse riconosciuto come tale, quando invece quello dell’accattone molesto è addirittura codificato per legge.  

Altro che web star! Come non chiamarli accattoni molesti? Quando a chi capita di guardare un video o una live è costretto a sorbirsi le continue richieste tipo ‘metti un like’, ‘iscriviti’, ‘dona’, ‘sottoscrivi’, ‘compra la maglietta’, ‘vieni alla fiera’, facendo finta di dimenticarsi che si stanno riferendo ad un pubblico perlopiù di minorenni che dovrebbero essere trattati con un certo riguardo soprattutto da chi ha raggiunto la maggiore età oramai da un pezzo, senza chiedersi se il denaro racimolato è frutto del proprio estro artistico piuttosto che per l’abilità nel circuire il prossimo.

Poche sono le eccezioni ovvero di content creators che lavorando ‘professionalmente’ offrono contenuti di qualità che varrebbe la pena di sostenere e che di fatto si sostengono grazie alle sponsorizzazioni ricevute. La maggior parte invece sono semplicemente dei mendicanti che vogliono vivere sulle spalle degli altri e che invece di lamentarsi dei pochi soldi racimolati nel web dovrebbero semplicemente cambiare mestiere.


UN PUBBLICO POCO TUTELATO

Come tutte le cose nuove il pubblico (ribadiamo che per lo più si parla di minorenni) non è attrezzato e si è sottomesso alla novità senza remore, ben disposto a sostenere il proprio idolo senza nemmeno domandarsi se meriti effettivamente attenzione o se i millantati sacrifici per la creazione di contenuti video sono da comparare a quelli compiuti sul luogo di lavoro dai propri genitori che sono poi la fonte da cui proviene il denaro che sostiene tutto il circo.

Ma se Youtube, Twitch, ecc… sono servizi gratuiti (a patto che ci sorbiamo la pubblicità degli inserzionisti) che già ‘paga’ (effettivamente poco e solo al raggiungimento di certi obiettivi) chi mi intrattiene sulle loro piattaforme, perché mi dovrei sentire in dovere di sganciare altri soldi? Dove sta la differenza tra i mendicanti per strada e quelli che chiedono soldi su Youtube per giocare ai videogiochi?

Un pubblico eterogeneo senza distinzione di classe sociale. Si va dai giovani di meno di dieci anni in su, in molti disposti a mettere mano alla carta di credito dei genitori per essere menzionato per un quarto di secondo dallo youtuber di turno, oppure per acquistare biglietti per raduni e manifestazioni in cui si paga per guardare sul palco la pochezza della stessa persona vista sul monitor ed elemosinare nella calca un autografo.

Nessuno che si sia preso ancora la briga di creare delle regole precise (quelle della piattaforma non valgono perché servono solo a tutelare il business e tenere lontane le beghe legali sul copyright). Così il livello di ciò che viene messo on line è sempre più basso e volgare benché, non lo si ripete mai abbastanza, diretto ad un pubblico giovane. I soldi che girano sono tanti e chissà quanti sfuggono al fisco.

La paura è che chi dovrebbe intervenire sull’argomento si accorga che è necessario farlo quando la moda sarà ormai passata.


 

 

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