Amaro Comune

Questo è il mio paese da sempre, ci sono praticamente nato e cresciuto.

Con il tempo è cambiato, si è ingrandito, ha accolto forestieri e altri se ne sono andati, sono stati costruiti nuovi edifici e altri sono stati impietosamente abbattuti. E’ un paese tipico della zona, come tipici sono i suoi abitanti che diverso tempo fa erano costretti ad emigrare all’estero in cerca di fortuna, che non tanto tempo fa rifiutavano di affittare le case ai cafoni meridionali e che adesso ce l’hanno con chi scappa dalla fame e dalla guerra perché le risicate risorse del territorio devono essere destinate prima a chi è di qui. Insomma da noi la memoria ha le gambe cortissime e va in giro vantandosi delle sue improbabili bugie.

Da fuori non sembra, ma questo è un paese arrabbiato.
Le persone, la domenica dopo la messa, con ancora il sapore dell’ostia in bocca e il mormorio della predica del prevosto negli orecchi, sono solite fermarsi sul bel sagrato lastricato di vecchie pietre grigie per scambiarsi un saluto guardandosi in cagnesco.
E’ un paese di invidiosi.
I vecchi invidiano i visi speranzosi dei giovani e i loro occhi spalancati sull’incerto futuro. I giovani invidiano i soldi dei vecchi che si godono la pensione biascicando sentenze. Chi possiede qualcosina di più si trova ad invidiare la greve spensieratezza dei meno abbienti. Chi ha di meno invidia le inutili cianfrusaglie ostentate dai ricchi. I bambini invidiano i grandi che ai loro occhi possono fare e dire tutto quello che vogliono senza chiedere il permesso a nessuno. Gli adulti invidiano l’infanzia dei giochi e la guerra per finta dei loro pargoli.
Se qualcuno ha per caso fatto cadere una moneta nel sacchetto dell’elemosina lo ha fatto più per cercare di ripulirsi la coscienza che come atto di misericordia. Almeno chi non va a sentir messa ha l’alibi di non credere nemmeno di possedere un’anima da rimettere.

Chi vuole pregare può sfogarsi in una delle numerose chiese dai marmi tirati a lucido che vengono aperte al pubblico con orari da museo: in paese la domenica le campane suonano beatamente a festa iniziando di primo mattino. Esiste però una sola religione riconosciuta e praticabile alla luce del sole, quella della tradizione, non celtica, ma romano-cattolica: tutti gli altri si devono arrangiare in improbabili garage o bui scantinati a rischio sequestro per uso improprio di immobile. L’oratorio è una vera istituzione, da sempre vanto del paese, di recente ristrutturato e munito di moderne strutture sportive che sono costate in proporzione alla collettività quanto avrebbe richiesto l’organizzazione di un’olimpiade: così i ragazzini vengono accatastati nelle loro uniformi sponsorizzate divisi in squadre di calcio, di pallavolo, di pallamano e pallacanestro. I pomeriggi degli allenamenti sgravano i genitori per qualche ora dell’irrequietezza dei figli e del problema di come distoglierli un anttimo dalla playstation. Unico scotto è il tempo perso durante i vari tornei che richiedono la presenza di almeno un parente per le riprese documentaristiche che faranno da sfondo ai commenti sul gruppo di Whatsapp.

I vicini di casa si salutano a mezza bocca per le scale, solo quando, stringendo il corrimano e cercando di aumentare l’andatura, non ne possono proprio fare a meno. Se per caso ci si incrocia per strada e non si è trovato modo di scansare l’incontro, si è soliti abbassare la testa per non essere riconosciuti o alla peggio si tira fuori il cellulare e si fa finta di essere impegnati in importantissime conversazioni. Se serve qualcosa è preferibile non bussare al proprio vicino la cui porta è munita dell’ultimo modello chiavistello antiscasso. Non è per nulla educato disturbare chi riposa in santa pace a casa sua e per le emergenze ci si può rivolgere alla guardia medica o al supermercato aperto pure la notte che fa orario continuato. In caso di disaccordi sul condominio o di insopportabili schiamazzi dell’immancabile inquilino maleducato, è da cafoni litigare davanti al signor amministratore, meglio affidarsi direttamente ad un buon avvocato.

Ci si ritrova poi tutti insieme durante le tante sagre, che portano affari e finta allegria. C’è la sfilata di carnevale, il falò della Gibiana. il celeberrimo Fierone agricolo, ecc.. Con la scusa di mantenere tradizioni “fuori dal tempo” si cerca di ricordare per qualche ora come doveva essere in passato sentirsi parte di una comunità. I più ignorano che lo spirito comunitario non si calenderizza sui manifesti della Pro loco, ma è un fuoco da alimentare durante tutto l’anno con ciocchi fatti di inclusione, integrazione, scambio, amicizia e solidarietà.

Il volontariato qui è molto diffuso. Chi può si presta a favore del prossimo. Siamo pieni di donatori di sangue, associazioni votate alla beneficenza, associazioni culturali e cooperative per disabili. Se è vero però che pecunia non olet è anche vero che da queste parti siamo deficitari di quella pietà, compassione e partecipazione al dolore dell’altro che per Schopenhauer sono ingredienti indispensabili affinché il gesto sia anche moralmente benefico. Tutto questo nostro apparente affannarsi si riduce quindi a un riempitivo del proprio tempo libero.

I pochi negozi rimasti mostrano fieri mercanzia che i clienti sono soliti poi acquistare per la metà del prezzo negli ameni centri commerciali facilmente raggiungibili dopo estenuanti tragitti in macchina. Per i paesani le vetrine servono solo ad allietare la vista durante lo struscio per le vie lastricate di porfido. Al massimo si può prendere un caffè gustando una fetta di torta in pasticceria. Il centro è per questo periodicamente chiuso al traffico dei veicoli con un cartello esca per multe ai forestieri e non.

La delinquenza è nascosta sotto il tappeto. I panni sporchi si lavano tra le mura di quelli che si possono permettere il sapone. Gli altri sono pregati gentilmente di seppellire in giardino i propri segreti, che gli armadi sono pieni. Il malaffare si dovrebbe combattere con la cultura, ma le scuole non educano più: insegnano male a leggere, a scrivere  e a compitare, qualche nozione di geografia per essere in grado di scegliere il posto giusto dove passare le prossime ferie, e pochissima storia fermandosi a qualche capitolo prima che il libro parli di quando le cose si sono fatte interessanti.

Il traffico è intenso sulla strada provinciale che taglia in due il paese. Da qualche tempo le automobili fanno a gara ad essere più grandi dei furgoni dei corrieri. Si vedono mamme andare a prendere i figli a scuola con imparcheggiabili mostri meccanici: scendono dai loro mezzi, irritate dagli ingorghi da loro generati mentre vanno incontro al proprio pargolo abbracciandolo con un ghigno anziché con un sorriso. Sulle strade c’è sempre qualcuno che sfreccia a tutta velocità per raggiungere chissà quale meta. Chi non ha fretta qui è considerato un perdigiorno, uno di quelli da biasimare.

I diversi parchi giochi sono vandalizzati ed è pericoloso mandarci i figli a giocare. E’ così che chi attraversa quello strano periodo tra l’adolescenza e l’età adulta cerca di scaricare quello sconosciuto malessere che non li ha ancora del tutto corrotti. Sarebbe un segno di ribellione alla rassegnazione che andrebbe ascoltato di più, invece alle assemblee comunali ci si limita a lamentarsi della cosa. Molto probabilmente metteranno delle telecamere. Hanno già imposto il coprifuoco: verrà multato chi verrà pizzicato a passeggiare per il parchetto fuori dagli orari indicati.

Il sindaco è il peggiore di tutti. Si vagliano attentamente le candidature ogni quattro anni e alla fine si sceglie democraticamente tutti insieme quello che oculatamente, senza distinzione di colore politico, è il più incapace tra tutti. Basta che ci faccia sentire sicuri dietro le spesse inferriate che abbiamo fatto installare alle nostre finestre, scacciando gli zingari che sanno solo rubare. Basta che ci accolga con una mano aperta quando c’è da sveltire qualche pratica burocratica romanocentrica. Basta che promulghi ordinanze per fermare questa marea di fameliche cavallette inoperose intimando salatissime multe contro i temerari che li vorrebbero accogliere a casa propria.

L’aria che respiriamo si pulisce scendendo dai pendii delle montagne che ci circondano, sfiorando le placidi acque del nostro bel lago. L’aria che espiriamo è sporcata dalla nostra mancanza di umanità. Non salvo nessuno, poiché siamo tutti colpevoli: chi pensa male, chi fa brutte cose, così come chi fa finta di non sapere e di non essere incapace di porre fine a tutto questo.



Mi sa che vivo davvero ne «La Terra dei Cachi…».

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