[Racconto – inedito] L’ALTRO

Titolo:                    L’altro

Genere: Fantascienza

Sinossi: La guerra è cosa orribile, ma comunque inevitabile se un’altra specie cerca di invadere il tuo pianeta. Ma chi sono gli invasori? E chi può dire chi è il terribile alieno? E se nessuno fosse meglio di un altro?

Note autore: Ho scritto di getto questo racconto dopo aver visto il sesto episodio della serie tv “Philip K. Dick’s Electric Dreams” in onda su Channel4 intitolato “Human is” ispirato dall’ononimo racconto breve che il celeberrimo autore di fantascienza ha pubblicato nel 1955. Il racconto originale tratta di una donna terrestre di un lontano futuro che vede il marito dapprima freddo e scostante, cambiare in meglio di ritorno da una missione su un lontano pianeta, in realtà sostituito dalla psiche di un alieno in fuga. In breve, l’alieno si dimostrerà più umano dell’essere umano e la coppia vivrà felice e contenta. L’idea che mi è venuta è quindi quella di cambiare i canoni ‘classici’ del racconto di fantascienza e la tipica contrapposizione tra umani (i buoni) e alieni (i cattivi) ed è così nato un breve scritto che ho intitolato ‘L’altro’. Vi ho già rovinato la sorpresa?

Pagine: 11 p.

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La sua armatura risplendeva alla luce dei potenti fari che illuminavano a giorno il terrapieno sul quale erano state allineate tutte le unità di battaglia. Quella notte insieme ad altri bardati come lui, appesantiti dalle piastre di metallo e dalle potenti armi, era pronto con i suoi compagni allo scontro. Il superiore continuava ripetere loro le istruzioni all’uso delle armi e ad impartire ordini circa gli obiettivi che avrebbero dovuto difendere a qualsiasi costo. Rappresentavano l’unica linea di difesa. Caduti loro, la città le cui propaggini s’intravvedevano appena in lontananza sarebbe di certo andata perduta. E non c’era bisogno di ricordare che la vita dei propri cari dipendeva dalla loro capacità di respingere il nemico che veniva dal cielo. A quelle parole molti sguardi s’innalzarono a scrutare le dense nubi che in quel momento celavano le stelle.

Qualcuno gli batté sulla spalla tanto forte da intorpidirgli il braccio con cui brandiva la sua arma già pronta e carica.

«Attento. Un altro colpo come questo e non sarà un nemico oggi a farmi la pelle.», disse girandosi di scatto, riconoscendo dall’intensità del saluto il suo amico fraterno che anche quella sera sarebbe rimasto al suo fianco. Il grugnito che ricevette di rimando lo volle interpretare come il giuramento del compagno d’arme di coprirgli il fianco fino alla fine.

Entrambi risero guardandosi negli occhi: erano pronti e ne erano pienamente consapevoli.

Un forte suono riempì l’aria e fece tremare il terreno tutt’intorno ai soldati.

Era infine giunto il momento: quello era il segnale stabilito che le vedette avevano finalmente scorto il nemico in arrivo. Si mossero quindi in silenzio e ordine verso le loro postazioni.

Le nubi furono allora squarcitate da un centinaio di capsule infuocate. Il superiore durante le esercitazioni aveva cercato di descrivere cosa li attendeva. Aveva anche mostrato alcune immagini, riprese in alta definizione delle precedenti incursioni. Ma dal vivo, trovarsi sotto quel cielo incandescente era tutta un’altra cosa. Solo il duro addestramento diede a tutti loro la forza di mantenere le proprie posizioni.

In quel frangente solo le armi a lunga gittata potevano essere impiegate, anche se in quelle condizioni di tiro solo pochi colpi raggiungevano effettivamente il bersaglio e quelle maledette capsule sembravano essere in grado di incassare i proiettili al plasma senza subire molti danni. Ognuna di quelle terribili macchine era in grado di trasportare decine di nemici che una volta sbarcati si sarebbero riversati in massa contro di loro. Non appena terminato di scaricare il carico letale, le capsule ripartivano con un guizzo di razzi veloci ritornando nello spazio.

Non molto tempo prima un’intera squadra di genieri aveva avuto il compito di approntare le trincee in cui ora i soldati attendevano l’inizio del combattimento. Muniti di armi ad energia a corto raggio, avrebbero dovuto attendere che i nemici si avvicinassero a breve distanza di tiro per poterli effettivamente colpire. Il superiore che li comandava era stato chiaro: nessuno era autorizzato a fare fuoco prima del suo preciso comando.

Così solo quando il suono corrispondente all’attacco fu diramato, il campo di battaglia fu inondato dai loro letali lampi verdi di plasma rovente. Bersagliavano i nemici che nelle loro tute argentate brulicavano per il campo come insetti. Erano creature tanto malvagie e irreducibili quanto strane e disgustose con le loro zampe simili a trampoli con le quali avanzavano saltellando a piccoli balzi.

Fino a quel momento le armi nemiche non avevano fatto granchè danno, ma ora anche i nemici erano a distanza ottimale di tiro e in quel caotico scambio di proiettili alcuni dei suoi compagni furono colpiti. Stoicamente i feriti fingevano di non sentire i colpi ricevuti e continuavano a sparare nella disperazione della lotta, ben consci di cosa avrebbe rappresentato la propria disfatta per la città alle loro spalle, tacevano solo le armi dei caduti.

L’eroismo e la tenacia dei soldati schierati furono tali da riuscire a respingere efficaciemente il tremendo attacco, coi nemici che adesso erano in rotta verso la lontana pianura, in un punto oltre le colline, dove molto probabilmente sarebbero stati recuperati da altri mezzi di trasporto volanti.

Avevano vinto, ma nessuno uscì dalla trincea per lanciarsi all’inseguimento degli sconfitti. Erano stati ben avvertiti. Era già successo in passato che, credendo di aver la vittoria in pugno, alcune unità lanciatesi all’inseguimento cadessero invece in vili trappole mortali, circondate in sovrannumero da spietate unità nemiche.

Pareva fosse passato un tempo infinito dall’inizio del combattimento e invece non erano passati che pochi eterni, concitati attimi.

Con il respiro affannoso si girò verso il suo compagno per festeggiare la schiacciante vittoria. Non si era nemmeno accorto che l’amico era stato colpito in pieno, la sua bella armatura, adesso imbrattata e carbonizzata, sarebbe stata ripulita e riportata a casa, dalla sua famiglia, dove avrebbe ricevuto tutti gli onori del valoroso guerriero quale era stato.

La felicità per il successo si tramutò in un nodo amaro che gli si strozzò in gola facendolo singhiozzare.

Ma in quella guerra non c’era tempo per piangere i compagni. Una squadra addetta ripulì con efficienza la trincea dai corpi dei caduti, mentre a lui e ad altri soldati era stato affidato il compito di setacciare il campo di battaglia in cerca di prigionieri.

Venire scelto per quel compito disgustoso lo doveva alla sua innata curiosità. Sin dai primi giorni di addestramento aveva fatto domande al superiore circa il pianeta di origine degli alieni, di come erano fatti, delle loro armi. Quando venne il momento di decidere i componenti della pattuglia degli ‘spazzini’ lui si era ritrovato in cima alla lista insieme ad altri compagni che in un modo o nell’altro si erano dimostrati tanto brillanti da prendersi la briga di leggersi il relativo manuale.

Così quando il relativo suono fu diffuso dal superiore, corse in mezzo al campo di battaglia con l’ordine di catturare almeno un prigioniero. L’importanza del compito era stata loro spiegata durante la preparazione speciale della sua squadra: ottenere informazioni sul nemico era fondamentale per vincere la guerra, ma ancora non erano riusciti a catturare viva nessuna unità nemica. Avevano recuperato e studiato la tecnologia degli armamenti degli alieni ed erano così riusciti a produrre le armi al plasma che ora utilizzavano in battaglia. Gli scienziati avevano studiato pure la loro fisiologia compiendo innumerevoli autopsie sui cadaveri dei nemici caduti. Ma non erano ancora riusciti ad interrogare nessun prigioniero.

Per quanto lo riguardava, quegli esseri li aveva visti nelle immagini stampate a colori nel suo manuale e intravisti, dal vivo, poco prima quando erano intenti a spararsi contro mortali lampi di energia. Quello che aveva adesso dinanzi era uno spettacolo molto diverso. Atrocemente diverso. Si stava muovendo su un campo coperto di pezzi brucciacchiati di quegli strani esseri bardati nelle loro protezioni metalliche. Alla luce delle torce i fluidi corporei dei nemici insozzavano il terreno e avanzare senza rimanere invischiati in quella melma semicarbonizzata era tanto difficile quanto nauseabondo. Non c’era nessun rumore se non quello provocato dal loro inoltrarsi in quella desolazione. Un compagno non resse più e rigurgitò tutto quello che aveva nello stomaco.

«Guardate laddietro. C’è qualcosa che si muove.», disse un altro puntando lo sguardo verso un masso più avanti.

Erano stati fortunati. Scoprirono un nemico che, come dimostravano i segni lacerati della sua corazza, era stato gravemente ferito, ma era ancora in grado di muoversi strisciando. Lo circondarono cercando di tenere a mente la corretta procedura da seguire per la cattura. La creatura tremava, ma non produceva alcun suono udibile. La bava di fluido che fuoriusciva dalla sua armatura era immonda e nessuno sembrava avere il coraggio di trasportarlo fino alla base.

«Se questa creatura può servire a fornire informazioni per vincere questa maledetta guerra. Sarò io a portarlo al campo.»

Perchè si prese l’onere di prendersi sulle spalle quell’orribile essere non lo sapeva nemmeno lui. Forse davanti a quello spettacolo il senso del dovere era prevalso: in fondo era una cosa che andava fatta e solitamente lui cercava di portare a termine ciò che gli veniva comandato.

La creatura si rivelò più leggera di quanto avesse inizialmente pensato. La corporatura dell’alieno era piuttosto minuta, con strane appendici attaccate a quello che doveva essere il tronco principale del corpo con una testa fuori misura ricoperta da una strana sottile peluria, racchiusa in un casco semitrasparente ancora integro. Rimesso in piedi non gli sarebbe arrivato alla cintola. L’andatura saltellante che aveva notato durante lo scontro era molto probabilmente dovuto alla gravità del pianeta insufficiente ad ancorare quegli esseri saldamente al loro suolo. Così con il suo carico agonizzante sulle spalle si diresse verso il campo dove il superiore li stava aspettando.

Non aveva fatto che qualche passo che gli sembrò di udire una voce con uno stranissimo accento straniero.

«Avete sentito anche voi? Chi ha parlato?», si allarmò girandosi verso i compagni che lo stavano seguendo mantenendo una certa distanza, attenti a non sporcarsi anche loro con i fluidi che il suo carico continuava incessantemente a rilasciare. Questi lo fissarono stupiti. Non c’era stata nessuna voce. Di che cosa stava parlando?

Eppure, sebbene fievole e perlopiù incomprensibile, gli pareva proprio di sentire una voce, magari come se si generasse direttamente nella sua mente. Che strano. Sapeva cosa fosse la telepatia perché ne aveva letto in alcuni racconti di fantascienza, ma quello che stava provando non era una fantasia, era fottutamente reale come l’arma che continuava a stringere per far passare la paura che provava in quel momento.

E poi la voce implorante gli divenne improvvisamente comprensibile.

«Lasciami andare.»

Per il terrore si accasciò sulle ginocchia. I suoi compagni gli si fecero intorno non riuscendo a capire cosa diavolo gli stesse capitando.

E poi iniziò a vedere delle immagini, visioni di un altro mondo che lui non riusciva a comprendere.

La mente gli si riempì di colline ricoperte di verde, fili verdi ricoprivano il suolo e si muovevano danzando insieme al vento.
«Erba.»,
sentì rimbombare nella mente.

L’aria sopra di lui era di uno strano azzurro con un unico inclemente, torrido sole a risplendere sulle nuvole stranamente bianche.
«Cielo.»

In lontananza verso l’orizzonte intravvide un azzurro di diversa tonalità e consistenza. Pareva vivo e in movimento.
«Mare.»

In cima alla collina una singolare costruzione da cui uscirono due strani esseri che muovevano una delle loro appendici superiori in un gesto come di saluto.
«Casa.»

Poi vide quel mondo bruciare nelle fiamme generate dagli stessi abitanti che avevano smesso di prendersene cura. Il cielo cambiare improvvisamente colore, il sole spegnersi e l’aria divenire irrespirabile. Niente più fili verdi, niente più mare. Solo fame e morte. I pochi esseri rimasti ridotti a sopravvivere nelle viscere del sottosuolo.

Da lì la visuale si spostò in alto verso le stelle: riconobbe le sue costellazioni e infine il suo pianeta. Una nuova possibilità, un luogo dove ricominciare.
« Guerra. »

Poi un urlo gli squarciò la mente, facendolo stramazzare definitivamente impotente al suolo. La cosa sulle sue spalle aveva smesso di tremare e lui perse i sensi.

Al suo risveglio trovò il superiore pronto ad ascoltare il suo rapporto. Stava impaziente al suo capezzale fissando il tubo della flebo con la quale la squadra medica lo stava reidratando. Purtroppo la creatura catturata era giunta al campo senza vita e i suoi compagni gli avevano riferito del ‘contatto mentale’ che aveva dolorosamente sperimentato con la creatura nemica e sopratutto delle incomprensibili parole che aveva pronunciato durante la tranche.

Cercò allora di trovare le giuste parole in grado di descrivere ciò che aveva visto con gli occhi della mente. Era difficile far comprendere ad un altro individuo cose tanto aliene dal suo mondo, non c’erano termini di paragone, ma ce la mise tutta e infine il superiore sembrò soddisfatto. Smise di interrogarlo e lo lasciò in pace. Anzi gli diede un permesso speciale. Come premio per il coraggio dimostrato sul campo di battaglia sarebbe potuto tornare a riprendersi per un po’ di tempo in città dai suoi cari.

Non appena il superiore lasciò la stanza medica si alzò staccando la flebo dall’antenna che gli pendeva indolenzita dal capo, pronto per godersi la sua meritata licenza. Sarebbe partito subito, o almeno non appena fosse riuscito a trovare i suoi tre stivali.

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