Non è un bel Primo maggio

Era da molti anni che non mi accadeva di celebrare la Festa dei Lavoratori in questo modo. Mi ero da poco diplomato all’istitutotecnicommerciale ed ero in cerca della prima occupazione. Il mondo del lavoro era lontano e rappresentava una difficile conquista. Avevo la sensazione, poi confermata negli anni, che senza di un occupazione per la società non ero niente. Sebbene chi mi circondava non si lesinasse a sostenermi in quel periodo, era come vivere sospesi, in attesa che il mio destino si compiesse. Così oggi non posso biasimare tutti quei giovani che terminati gli studi, si vedono respinti e non possono realizzare le proprie aspirazioni.

In quei giorni vedevo distanti i cortei di chi proprio il Primo Maggio faceva sentire la propria voce a tutto il paese, fieri di essere una componente fondamentale del sistema produttivo e delle conquiste che per i quali avevano lottato per tanti anni. Invidiavo chi sventolava quelle bandiere e anche coloro che si accalcavano sotto il palco di Piazza San Giovanni a Roma non solo ad ascoltare musica, ma con l’intenzione di partecipare a qualcosa che rappresentava quella comunione laica 

Sono passati molti anni e non credo più in un paese come il nostro che se ne frega dei lavoratori sebbene abbia sancito nella sua carta costituente l’importanza del lavoro non solo come espressione personale, ma diritto di vivere degnamente. Ho imparato a mie spese che il mondo è cambiato e non sempre per il meglio. Alla fine sono entrato in quel mondo per il quale mi ero tanto preparato. Sono diventato anch’io una rotellina del sistema. Ciò che ho visto non mi è mai piaciuto. Troppi bocconi amari da buttare giù e alla fine ho mollato tutto perché convinto che non si vive di solo pane.

Oggi sono qui a guardare sfilare coloro che fanno finta di crederci ancora, mentre i soliti saltimbanchi cercano di incantarli con le solite parole di sdegno. Chissà cosa importa veramente a quei signori in doppiopetto delle condizioni di chi, a differenza loro, un lavoro non ce l’ha. Non so se biasimo di più loro o quelli in là con gli anni che sognano con gli occhi velati dalle vecchie immagini in bianco e nero oppure quelli troppo giovani per rendersi conto che un giorno rimpiangeranno di aver sprecato la loro giovinezza dietro una così vacua speranza. Così ascolto anch’io la musica cercando di farmi scivolare indifferente tutto quel falso folklore che accompagna le canzoni.

Il lavoro non nobilita più l’uomo, lo rende schiavo come nei periodi più bui della nostra storia passata.

Il lavoro non c’è perché preferiscono sfruttare degli schiavi che pagare dei lavoratori. Ma questo è solo un altro passo verso il baratro. Se ne accorgeranno quando le loro merci rimarranno ferme nei magazzini. I loro nuovi dipendenti, pagati troppo poco per comprare ciò che hanno prodotto, noi ormai senza quello stipendio che ci permetteva di essere anche quei consumatori che in fin dei conti reggevano tutta la baracca.

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