La Morte di Marat – Jaques Louis David

A me, personalmente, quelli che parlano troppo di politica non MI piacciono (e scusate il francesismo). Che ne so, mi sembrano quei bambini che, faziosi, appiccicano le figurine sull’album Panini (che nemmeno esiste più, ma sto diventando vecchia pure io – mannaggia!). Io preferisco chi fa politica e che, nonostante il colore della sua cravatta -che sia delfino, trota o pesce palla-, la faccia bene e onestamente. Politica vuol dire governare la società, menare il pascolo, fare il gregario della combriccola. We are family, si cantava. E queste sono cose dette e stradette, per questo mi scuso. Vogliate anche perdonarmi il fatto che mi metto pure io a fare comizio, ma, davvero…si sta arrivando all’ammazzacaffé qui in Italia. Dicono che presto ci sarà la Rivoluzione perchè va a finire così quando un paese cola a picco come il Titanic con l’orchestrina di turno che imperterrita continua a suonare, che appiccheranno un bel falò a Roma, ma io ho i miei dubbi visti i prezzi della benzina. Perchè poi, diciamocelo, una volta fatta la bagarre, chi ci mettiamo a capitanare la nostra bella nave? Un altro Schettino? Credetemi, io sono per la Rivoluzione, ma temo la Guerra. E non per il sangue, che le caratterizza entrambe, ma per la mancanza di piani e d’idee.

Ad esempio, mettiamo il caso che tu sia Jean Paul Marat. Sei di nazionalità francese, ti stai prodigando nel sociale per il tuo Paese che ami e per il quale tu daresti la vita. Di professione fai il rivoluzionario e, un po’ come tutti, sei sottopagato per le responsabilità che ti devi prendere, ma, come si dice, il mondo gira così. Le testate ti descrivono come l’amico del popolo, tu sei pure un po’ timido e fai il modesto. Eppure, questa è Storia, tu sei uno dei rappresentanti di quel radicalismo rivoluzionario che ha portato i Montagnardi (repubblicani radicali) ad avere la meglio sui Girondini (repubblicani federalisti), così a soldoni. Ma tu non ti monti tanto la testa e, ogni sera, come ti ha raccomandato il medico per curare la tua dermatite, ti immergi nella tua vasca e ti rilassi. Vai tu a sapere che quella biondina del tuo partito opposto, la Carlotta, che ti ha chiesto la grazia, che ti ha pure inviato una lettera profumata di acqua di rose, in realtà ti sta tendendo un tranello e ti sta pure pugnalando! E’ il 13 Luglio 1793 e la tua morte sta per essere considerata un attentato contro la nuova Costituzione.

"Marat assassiné" - 1793 - olio su tela 165x125cm- Musée Royaux des Beaux Arts (Bruxelles)

Jaques Louis David (Parigi, 1748 – Bruxelles, 1825) , in questa istantanea  dipinge un cordoglio che va oltre al voler far politica perché lui conosceva personalmente Marat, come testimonia l’iscrizione sul comodino, quasi una dedica. Il dipinto, che ci colpisce per la sua essenzialità, come quando si dipinge un Cristo che muore per espiare i peccati dell’Umanità, ospita un corpo agonizzante in primissimo piano che si stacca con violenza da un fondo volutamente scuro in verde-marrone. La testa, avvolta in un turbante, pende a lato. La mano destra è ancora pronta a scrivere, mentre quella sinistra giace immobile su un drappo verde. Siamo sulla scena del crimine: il sangue ha sporcato sia il panno bianco nella vasca, sia l’arma, il pugnale che è stato abbandonato per terra. Sono questi i colori che spiccano: il rosso sangue, il bianco puro e il verde  del veleno (che è anche il colore dei valori puri, della perseveranza).

L’appartenenza del David alla scuola del Winkelman, quella neoclassica, è qui più che palese. Nelle sue pennellate accademiche, l’artista ci pone davanti ad un uomo che, come gli eroi greci, sorride davanti alla morte: è sereno, non spaventato. Tra l’altro, reduce dai suoi viaggi in Italia, fa un tributo a Caravaggio rappresentando con crudezza la realtà di un Marat speculare al suo Cristo nella “Deposizione“. Con questa tecnica laconica, l’artista politicamente coinvolto, vuole procedere a santificare laicamente un rivoluzionario, un martire della libertà e, non a caso, ispirò artisti come C. Baudelaire, Stendhal, E. Munch o P. Picasso.

Nel corso della storia dell’Arte, ci si è spesso chiesti se l’arte potesse essere anche manifesto politico o dovesse limitarsi alla più frivola materia estetica: J.L. David, specie dopo la Rivoluzione del 1789, scelse di essere coerente con il suo impegno sociale preso con i Giacobini (ancora più radicali dei montagnardi: in pratica, sostenevano – assieme a Robespierre- che chi non voleva la libertà doveva essere ucciso, con i quali anche il re). In questo quadro, utilizza la sua neoclassicità, la stessa con cui ci aveva raccontato di Napoleone o delle vicende vere o mitiche dell’antichità, per elevare un avvenimento contemporaneo a Storia. In questo modo, mescola la rappresentazione naturalistica di un fatto (ad esempio il sangue, ma anche la lettera e la dermatite) con l’idealizzazione (il rendere più che reale, mitico) propria della pittura a tema storico: la luce che illumina in diagonale illumina il comodino di legno (che pare una lapide con corollario di epitaffio) e il corpo nudo, allegoria di un Cristo morto per il suo Paese. Il primo titolo pensato dall’autore, infatti, era “Marat à son dernier soupir“: solennità, verità, rammarico, sono queste le caratteristiche di un quadro che fa politica. Quanti di noi hanno imparato ad andare in bicicletta senza sbucciarsi le ginocchia?

“Cittadini, vorreste una rivoluzione senza rivoluzione?” –  Maximilien de Robespierre.

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