“Morfeo e Iride” – Pierre-Narcisse Guérin

"Morphée et Iris" Olio su tela,251 × 178 cm, 1811, Hermitage, Sanpietroburgo.

Parigi, 1774. Era il 13 Maggio quando venne al mondo un bambino che rispondeva al nome di Pierre-Narcisse Guérin ( Parigi, 1774 – Roma, 1833).  Ai più, questo nome non dirà un granché. Ma vi basti sapere che questo pargolo diventerà uno dei più fortunati pittori francesi neoclassici.

Iniziò la sua carriera decisamente in salita attorno al 1820. In quell’epoca non così tanto diversa dalla nostra, i pittori potevano scegliere tra due opzioni: essere Neoclassici, cioè essere dei fans di un premier basso, pelato e il cui cognome inizia per B., Napoleone Bonaparte, entrando nelle sue grazie e facendo successo, soldi e carriera; oppure essere degli scapestrati squattrinati e inascoltati che ce l’avevano con tutto e tutti, dei Romantici (insomma, dei rudimentali “comunisti”). Guérin scelse Napoleone l’ideale di arte a lui connesso che, in sostanza, prevedeva l’imitazione delle forme dell’arte classica (il rigore, la semplicità, la perfezione e la solennità) e dei temi della mitologia greco-romana. Tra gli adepti di questo stile che sembrava non reggere il passo con il cambiare dei tempi (per questo, all’inevitabile scontro sopravvisse il Romanticismo che si trasformò, poi, in Realismo), spiccarono volti come quello del pittore J.L. David e dello scultore A.Canova. Il successo non lo accompagnò dopo la morte, ma è importante ricordare che Guérin fu uno dei direttori dell’Accademia d’Arte Francese a Roma. Come pittore, non ha niente di particolarmente diverso rispetto al suo collega David. A tal proposito, si dice che  Guérin, con tanta modestia, sosteneva che era proprio David a copiare da lui. Forse, l’unica differenza tra i due operati è che le scene classiciste dui Guérin sono molto meno severe e un po’ più teatrali di quelle del collega, anche perchè, come si è detto, dentro di sè era molto più romantico (ossia era un neoclassico per comodità) di quanto volesse far credere. Basti pensare che tra i suoi allievi figurano T.Géricault e E.Delacroix che, con La Zattera della Medusa e La Libertà che guida il Popolo, sono il manifesto della “protesta” romantica contro il regime.

Io, di mio, non amo molto l’arte neoclassica perché non ha né movimento e né passione. Non riesco ad emozionarmi davanti agli Orazi che giurano fedeltà e onore alla famiglia. Non mi appassiono davanti alla melodrammaticità e alla pomposità di una persona che vive e muore con compostezza. “Morfeo e Iride”, invece, è solamente un dipinto raffinato. Non lascia impassivi, ma trasmette una delicata emozione. Questo quadro è compostamente commuovente.

Per sapere qualcosa di più a proposito dei soggetti di quest’opera, Morfeo ed Iride, appunto, bisogna prendere in mano le Metamorfosi del poeta latino P.Ovidio e scorrere i versi esametri fino al libro XI, dedicato agli uomini che osarono sfidare gli dei, più precisamente fino alla vicenda di Ceice e Alcione. Alcione, figlia di Eolo, re dei venti, era la moglie di Ceice, un lontano parente di Eracle, l’equivalente greco di Ercole. Il loro era un matrimonio talmente felice che, un maledetto giorno, Alcione si prese la licenza di chiamare il suo amato marito Zeus, perché per lei lui era bello e splendente come il padre degli dei. Zeus, quello vero, si infuriò a tal punto di scatenare una violenta tempesta. Durante questo nubifragio, Ceice si trovava per mare e perì per l’epiteto che gli era stato amorevolmente assegnato dalla moglie. In forma di sogno, Ceice apparve ad Alcione che, disperata, si gettò in acqua per morire insieme a Ceice. Questo straziante gesto d’amore suscitò la pietà degli dei che trasformarono la coppia in alcioni, degli uccelli simili al martin pescatore e simboli di pace e tranquillità. Ma cosa c’entrano in questa triste storia Morfeo ed Iride? Alcione era molto devota ad Era. Essendo Era anche la moglie di Zeus, vedendo che Alcione pregava notte e giorno per il marito, volle intercedere per farle sapere che, purtroppo, suo marito era morto. Allora, chiama Iride, che è la messaggera degli dei e sua ancella, per andare da Morfeo, che era colui che prendeva la forma umana dei sogni per far sì che Ceice apparga in sogno ad Alcione. E’ così che questo quadro ci fa entrare in medias res del lirismo dell’ elegia ovidiana. Anche se, magari anche per motivi pittorici, Guérin sembra un po’ dare più rilievo alla figura di Morfeo rispetto a quella di Ipno (secondo le Metamorfosi Iride ha udienza con Ipno che poi va a svegliare il figlio, quindi la scena si svolge nel giaciglio di Ipno e in questo quadro in quello di Morfeo), la scena rispetta addirittura nei particolari la narrazione di Ovidio.

Le figure che ci vengono presentate sono tre. La prima, Iride, è una sorta di vergine alata, e si riconosce bene grazie a una scia d’arcobaleno (infatti iris è la parola greca che sta per arcobaleno)  che segna il suo percorso. La seconda, quella di Morfeo, più che un dio è un demone, il demone dei sogni, non tanto perchè li faceva diventare incubi, ma perchè poteva prendere forma di cose e persone in sogno e, quindi, era un po’ associato alla magia occulta. La terza, infine,  è quella di Ipno, rappresentato come un giovane nudo con delle (grottesche, dico io) ali sul capo, così come descritto nella Cosmogonia greca. Lo scenario in cui è ambientata la scena è la spelonca dai profondi recessi, così la chiama Ovidio. E’ un antro buio invaso da nuvole e nebbia fitta, un luogo silenzioso e quieto, che appunto, concilia il sonno non solo ai padroni ma anche agli ospiti. Grande spazio, come si diceva, anche ai particolari: il letto dove Morfeo giace, d’ebano, come lo descrive Ovidio, è ricoperto di una pelliccia di leone  e vari tipi di stoffe pregiate (perchè se si dorme, si deve dormire comodi: mica c’era l’Eminflex ai tempi!). Tra l’altro, la sponda riporta un fregio in oro che è un tributo al artista italiano Tiziano Vecellio (è ben riconoscibile, a destra, il celebre quadro Venere e Adone). In realtà, non si sa perchè Guérin abbia voluto fare questo cammeo. Da una parte, potrebbe essere davvero affascinato dal Rinascimento italiano, dall’altra, forse, voleva solo riprendere degli episodi delle Metamorfosi, come quelli degli amori di Afrodite o di altri episodi suis generis. Da notare, che Guerin pone la sua firma con data proprio sul letto d’ebano N.GUERIN 1811.

“Morfeo e Iride” è un quadro molto semplice e composto, a partire dai simboli. Le uniche due icone sono utilizzate per caratterizzare meglio i due protagonisti della composizione: l’arcobaleno e i papaveri. L’arcobaleno, come già esperito, era la scia che lasciava Iride al suo passaggio; i papaveri in testa a Morfeo, per antonomasia i fiori della narcolessi, sono i fiori con i quali il dio, accarezzando le papebre dei dormienti, dava loro l’illusione dei sogni. Perciò, questo è un quadro alla portata di tutti, non ci vuole molto sforzo per innamorarsene.
Perciò, più che strafare, il pittore fa semplicemente uso delle illusioni ottiche create da luce e materia. Guérin gioca, quindi, sui drappeggi, e dico gioca perchè, in realtà  quelli presentati sono dei pudici nudi integrali di corpi fanciulli. Inoltre, grazie ai colori pieni, quasi saturi, gli oggetti acquistano volume e rotondità, effetto volutamente enfatizzato anche dal segno morbido, ma sciolto e netto, e dalla luce radente e tiepida che accarezza le superfici come i primi raggi del sole alla mattina.
Guérin si diverte anche con le simmetrie  e le contrapposizioni. Si può decisamente notare la calcolata simmetria d’insieme della composizione. Sia Morfeo, sia Iride hanno una postura che prevede un braccio alzato e l’altro cascante, una gamba piegata e l’altra tesa: sembra un chiasmo policleteo in versione verticale. Si ricorda, che il chiasmo policleteo, derivante dallo studio della scultura classica del Doriforo di Policleto, è il canone di armonia delle tensioni muscolari degli arti su una statua antropomorfa in posizione eretta: alla gamba sinistra che si flette corrisponde la spalla destra che si abbassa; alla gamba piegata corrisponde il braccio flesso, mentre a quella portante corrisponde il braccio abbassato. Per giustificare le braccia all’aria dei personaggi e non far sembrare il suo dipinto solo un mero esercizio di stile, Guérin fa scostare i pezzi di sogni a Iride e simulare uno stiracchiamento a Morfeo.
Le mani dei tre personaggi disegnano un triangolo immaginario, così come  la mano sinistra di Iride, il piede di Iride e il piede di Morfeo ; l’ascella di Morfeo, il ginocchio di Iride e il punto vita di Morfeo; il gomito di Morfeo, la mano di Morfeo e la mano destra di Iride; il gomito di Morfeo, la  mano destra di Iride e l’ ascella di Iride; la mano di Ipno, la mano sinistra di Iride e l’ascella di Iride: triangolo, simbolo di perfezione, ripetuto 6 volte, il numero della perfezione creata da Dio in appunto sei giorni. Assieme a questo chiaro tentativo di ricerca di perfezione, abbiamo anche l’accortezza nella scelta dei colori: gli unici colori forti (il rosso e il blu acciaio) sono utilizzati per gli accessori, per così dire, dei protagonisti, il resto della scena è stata dipinta di colori pastello, tra l’altro, complementari. Concludendo, questo quadro, molto simile ad Aurora e Cefalo dello stesso Guérin, mette in evidenza i calcoli nel disegno preparatorio, l’armonia di colore, purezza e simmetria nel disegno e un buon gusto per i particolari.
Ma accanto ad un’approfondita ricerca di perfezione nella composizione nel suo complesso, è mirabile il dualismo tra i due protagonisti.
Protagonisti tra i quali spicca Iride: la figura aggraziata e quasi eterea dell’ancella di Era è l’elemento privilegiato della composizione. Tutte le linee convergono su di lei e così come gli sguardi di Morfeo e Ipno. Lo schema compositivo, basato sulla regola dei terzi e che divide la composizione in nove rettangoli, mette in evidenza che la composizione è tutta intorno al lei (infondo, lei era la Vodafone degli dei!!!): Iride che solleva la mano; Iride giunge nell’anfratto, Morfeo viene svegliato da Iride; Ipno accompagna Iride; Iride seduta sulle nuvole; Morfeo viene scomodato da Iride. Pare che Guérin abbia voluto dipingere Iride come una meravigliosa creatura.
La contrapposizione concettuale che già di suo è in contraddizione con la simmetria formale, é concentrata sulle figure di Morfeo e Iride , mentre la figura  Ipno è posta sulla scena per motivi soprattutto stilistici. Prima di tutto Morfeo è avvolto nel buio e Iride, invece, è nel punto dove si concentra tutta la luminosità della composizione,  anche perché è lei che sta portando luce nella grotta di per sé oscura. Sempre per quanto riguarda la cromia, Morfeo è moro mentre Iride è bionda, come se un fosse lui un demone e lei un angelo.  A livello di forma, Morfeo, essendo sdraiato, è in orizzontale, mentre Iride si sviluppa più in verticale. Inoltre, la postura di Iride è molto composta, sebbene non sia estremamente rigida, al contrario, quella di Morfeo è disordinata e stropicciata.  Questo si traduce, sostanzialmente, in una netta contrapposizione d’atteggiamento fra le due parti: Morfeo é assonnato, languido, appesantito e a ciondoloni; Iride è seria, forte, algida, autoritaria, entra nella dimora di Morfeo come si addice a una dea. Ciò che balza all’occhio, perciò, è la contrapposizione tra il rigore di Iride e la sensualità di Morfeo, la stessa differenza che, parafrasando il dipinto, c’è tra il calore dei sogni e la crudeltà della realtà.
Per Guérin, Iride e Morfeo stanno facendo squadra per rendere più dolce la tristezza della vita (si ricorda che Iride stava portando il messaggio di un lutto a una giovane sposa). E, soprattutto, Iride é la più amabile tra i due. Perchè è solo un’ancella, non una leziosa dea, e solo un essere così gentile può riuscire a camminare delicatamente in un territorio così ostile e fragile, quello dei sogni.
Guérin, in questo quadro, parla con toni delicati di sogni e d’amore. Parla delle fragilità dell’uomo senza vergogna. Parla della necessità universale di qualcuno che sappia amare piano, in un tempo in cui parlano tutti di onori e di Napoleone, di lutti e di rivoluzione, di tante cose tutte troppo amplificate. In mezzo a tanto sangue versato, forse inutilmente, non è che mancano i sognatori, ma ci vuole  qualcuno che sappia stare vicino con chi sa ancora sognare. Così, come dice lo scrittore W.B.Yeats, “Ed io essendo povero ho solo i miei sogni e i miei sogni ho steso ai tuoi piedi. Cammina leggera perché stai camminando sui miei sogni”.

4 Risposte

  1. Grazie Barbara, non sai quanto un commento come il tuo possa essere importante e gratificante per una persona che scrive (o almeno ci prova)!

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  2. Grazie, non vorrei ripetermi, ma trovo la sua descrizione dell’opera e delle origini mitologiche molto chiara, dettagliata e coinvolgente.I miei più sinceri complimenti!

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  3. Complimenti per la descrizione: chiara, a volte ironica e coinvolgente!

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