Adesso mi ricordo: anch’io sono un immigrato, figlio di immigrati.

L’altro giorno per qualche momento sono stato riportato indietro nel passato. Ho rivissuto le stesse sensazioni, quando da bambino, venivo dileggiato dagli altri bambini solo perché i miei genitori erano meridionali. Allora eravamo  noi le vittime dello stesso razzismo che colpisce oggi chi arriva nel nostro paese dal Terzo Mondo. Allora eravamo noi i cittadini di serie B, anche se mio padre si spezzava la schiena in fabbrica per non farci mancare niente e noi bambini dovevamo comportarci più che bene per non sfigurare davanti alla gente. Stavamo per undici mesi all’anno immersi nella nebbia invernale che ci dilaniava i bronchi e poi l’estate, il mese di agosto, si tornava al Sud: dove ci attendevano i parenti che ti ricoprivano di baci e si passavano intere giornate al mare a giocare sulla spiaggia

espresso 834 – Freccia del Sud

Il viaggio iniziava la mattina presto con la chiusura delle valigie e la partenza per la stazione. L’attesa interminabile dell’arrivo del treno poi la confusione, le urla della gente che si accalcava, la ricerca dei posti per non rimanere in piedi. Il  viaggio durava tantissimo. Cercavo di sedermi vicino al finestrino per vedere come cambiavano i paesaggi: il verde man mano si faceva meno acceso e infine veniva sostituito dall’azzurro del mare. I treni erano fatiscenti. Si diceva che era un’indecenza far viaggiare la gente in quella maniera, ma in quel periodo c’erano così tanti immigrati che tornavano in meridione che le ferrovie erano costrette a tirar fuori le carrozze da chissà dove e ci dovevamo accontentare.

L’altro giorno ho accompagnato i miei genitori che hanno scelto il treno per andare al mare. Accanto alla Freccia Rossa semi vuota pronta a scattare sul suo binario c’erano due treni diretti al Sud. Ho riconosciuto le stesse carrozze malmesse che trent’anni prima ci avevano portato giù dai nonni. Erano fatiscenti il secolo scorso, figurarsi oggi. Ho visto gente con le valigie arrancare sulla banchina in cerca della propria carrozza. Famiglie con bambini al seguito, per niente smarriti in quella confusione con gli iPod alle orecchie. Un caldo da togliere il respiro e niente aria condizionata, sedili con le molle di fuori. Ma nessuno sembrava notare i disagi, erano troppo felici di partire, di tornare al paese.

Ho pensato che un treno simile non fosse all’altezza di un paese civile. E proprio allora mi sono ricordato che anch’io sono un immigrato, figlio di immigrati.

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