“Primavera” – Botticelli

Il giorno e l’ora di pubblicazione di questo post non è casuale: la primavera astronomica inizia quest’anno proprio il 20 marzo alle ore 18:32. La primavera 2010 durerà 92 giorni 17 ore e 55 minuti fino all’inizio dell’estate il 21 giugno alle 13:28. Abbiamo tutto il tempo per soffermarci a contemplare un dipinto che ci invidia tutto il mondo.

La Primavera di Alessandro Filipepi detto il Botticelli è un’opera realizzata a tempera grassa su tavola di cm 203×314, di datazione incerta (fra il 1477 e il 1490), destinata originariamente alla villa di Castello (probabile collocazione iniziale assieme alla La nascita di Venere), e oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Le fonti hanno ormai largamente confermato che il dipinto venne eseguito per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (1463-1503), cugino del Magnifico; gli inventari di famiglia del 1498, 1503 e 1516 hanno anche chiarito la sua collocazione originaria, dal momento che l’opera viene menzionata tra quelle presenti nel Palazzo di Via Larga prima di essere trasferita nella Villa di Castello, dove il Vasari riferisce di averla vista nel 1550.

L’opera presenta nove personaggi pressoché allineati in primo pianodue figure maschili ai lati, sei femminili, di cui una posta in particolare risalto al centro isolata e un po’ arretrata, e un putto alato sopra quest’ultima.
Le nove figure, dalle forme allungate e flessuose, con atteggiamenti eleganti e leggiadri, si trovano in una sorta di giardino delimitato da un boschetto di agrumi, fra le cui fronde, con frutti e fiori ben visibili, spuntano anche rami e foglie di alloro, cipresso, conifere (forse tassi), strobilo e mirto (dietro a Venere). Il fitto manto erboso è intessuto da centonovanta piante fiorite, delle quali ne sono state identificate centotrentotto. Si tratta, in generale di fiori, che sbocciano nella campagna fiorentina fra marzo e maggio. La scena si svolge sul fondo di un cielo azzurro senza profondità, quasi una lastra chiara che pare avere il compito di dar risalto all’oscura vegetazione. Su questa si stagliano le figure, i panneggi, i fiori inondati di luce.
La luce è astratta, senza una fonte precisa, con lo scopo di porre in risalto precisi dettagli, come il ventre prospiciente della figura al centro, i drappi trasparenti delle fanciulle seminude, le corolle multicolori dei fiori in primo piano. Il tempo non sembra trascorrere nella scena, l’eternità la pervade: nessuna ombrariportata segna il prato; i piedi dei personaggi, che pure camminano, danzano, posano, non calpestano nessuna pianta; nessun fiore e nessuna foglia appaiono appassiti, come nessun bocciolo sembra spuntare.

Le indagini sul quadro, che hanno accompagnato il restauro del 1982, hanno permesso di acquisire importanti informazioni anche dal punto di vista tecnico.
Il supporto è costituito di otto tavole di legno di pioppo, ciascuna di larghezza diversa, ma tutte di 3 cm di spessore. Le assi sono tenute insieme da due traverse di legno di abete, piuttosto grossolane, forse inserite successivamente. La preparazione del supporto ha seguito la comune prassi della pittura su tavola dell’epoca. Il piano frontale delle tavole connesse insieme è stato piallato accuratamente e poi rivestito di tele di lino in corrispondenza delle connettiture e dei nodi più grandi. E’ stata quindi stesauna preparazione bianca in due strati, il primo di “gesso grosso”, il secondo di “gesso sottile” con colla animale. Sulla preparazione bianca, liscia e compatta, il pittore ha trasferito il proprio disegno, che in certi dettagli ha poi un po’ modificato in fase di dipintura. E’ seguita quindi l’ “imprimitura”, cioè una base a tempera, scura (data col “nero di carbone”) sotto la vegetazione e chiara (col “bianco di piombo” velato con gli ocra) sotto le figure. Il bosco del fondo è a base di malachite e verderame trasparente, con i dettagli evidenziati in giallo chiaro. Il cielo è a bianco di piombo con poca azzurrite. Gli incarnati delle figure sono dipinti a stesure sottilissime con velature colorate molto lievi e graduali. I drappeggi trasparenti delle tre Grazie e di Clori sono realizzate a velature a base di bianco. Le dorature sono stese con oro in conchiglia; quelle del manto di Venere sono applicate a missione.

Fonte: http://www.palazzo-medici.it

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Una Risposta

  1. Articolo molto esaustivo ma sarebbe possibile conoscere nel dettaglio tutti i pigmenti dei colori che costituiscono l’opera?

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